
Fede, smartphone e responsabilità: la sfida di abitare lo schermo senza perdere l’anima è ormai il nostro mal di testa quotidiano. Smettiamola di girarci intorno con i soliti discorsi da sacrestia: per noi lo smartphone è stato a lungo il nemico pubblico numero uno, quell’oggetto misterioso che cerchiamo disperatamente di sequestrare o spegnere all’inizio di ogni benedetto incontro. Eppure, la cronaca parrocchiale ci dice che vietarlo non serve a un tubo, perché la testa dei ragazzi è già programmata per stare lì dentro.
La tecnologia è l’unico ponte rimasto per catturare tre secondi della loro attenzione, ma la svolta non può essere quella di inseguirli sul web per fare le “baby-sitter online” o per inventarsi balletti pur di tenerli buoni un’ora, col rischio di parlare da sole davanti a una sfilza di telecamere spente e avatar muti. Digitali sì, insomma, ma consumatori rincitrulliti no. La vera sfida oggi è educarli a stare in rete con la testa e con il cuore, scoprendo che lo schermo può persino far nascere una sana curiosità, se smettiamo di usarlo come un parcheggio. Pensiamo a un gesto semplicissimo: far tirare fuori il telefono direttamente in chiesa per seguire le letture della Messa. All’improvviso, il re della distrazione diventa un Messalino Digitale che li tiene incollati alla Parola (e ci risparmia di rincorrerli tra i banchi).
Il primo a credere fermamente in questa scommessa, d’altronde, è stato proprio Papa Francesco, che senza troppi giri di parole ha definito internet e i social «un dono di Dio» e un ottimo canale per far passare il Vangelo, spingendoci a non avere paura di evangelizzare anche nel mondo virtuale. Sulla sua scia, persino i severissimi documenti del Sinodo ci hanno aperto gli occhi, ricordandoci che il digitale non è solo il posto comodo dove mandiamo gli avvisi alle mamme (che poi non li leggono comunque), ma è una vera e propria terra di missione.
È qui che entrano in gioco i missionari digitali: sacerdoti, giovani e laici che fanno catechesi sui social, traducendo la fede nel linguaggio visivo, rapido e immediato parlato dai ragazzi di oggi. Questi “influencer di Dio” ci dimostrano che il catechismo online non deve essere una noiosa e triste succursale della scuola su Zoom, ma uno spazio dove si impara a navigare insieme, agganciando i ragazzi con domande reali e risposte che non sanno di muffa.
E se pensiamo che questa sia una cosa astratta, basta guardare al testimone straordinario che abbiamo vicinissimo a noi: il Venerabile Servo di Dio Matteo Farina (1990 – 2009). Matteo era un ragazzo normalissimo, appassionato di chimica, di musica rock e, soprattutto, di informatica. Non usava il computer per isolarsi, ma lo considerava uno strumento formidabile per diffondere la luce del Vangelo tra i suoi coetanei, quasi come un “infiltrato di Dio” nel mondo dei giovani. Diceva espressamente di voler essere un “portatore sano” di fede, contagiando gli altri attraverso la sua gioia e i canali della modernità.
Matteo ci dimostra che la santità oggi non richiede di fuggire dal mondo tecnologico, ma di abitarlo portandoci dentro l’amore di Dio. Lo stile, in fondo, è quello di Gesù nel Vangelo, che mica stava chiuso a fare accademia nel tempio; lui girava per le piazze affollate del suo tempo e chiedeva sempre di svegliarsi e prendere posizione: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città posta sopra un monte. Né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sopra il candeliere» (Matteo 5, 14-15).
Oggi quel “candeliere” si accende pure illuminando lo schermo di un telefono. Essere luce sul web significa spiegare ai ragazzi che la responsabilità cristiana non va in modalità “incognito” o “anonimo” quando si connettono. Significa ricordargli che dietro ogni profilo c’è una persona in carne e ossa da rispettare e che le parole scritte in una chat pesano come macigni. A darci una svegliata definitiva su questo è stata l’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, tutta dedicata a come non perdere la bussola nell’era tecnologica. Il Papa lancia un appello chiarissimo, dicendoci in pratica che non dobbiamo fare i boomer nostalgici che rifiutano il progresso, ma dobbiamo “disarmare” la tecnologia per non farci fregare dall’isolamento: «L’alternativa non è tra accettare o rifiutare la tecnologia, ma tra un uso che disgrega e uno che custodisce l’umano […]. Il compito oggi è impedire alla tecnologia di dominare l’umano» (Lettera Enciclica Magnifica Humanitas)
Il segreto per un catechismo digitale intelligente sta proprio in questo discernimento: dobbiamo guidare i ragazzi a non cadere nella trappola di restare isolati ognuno nella sua bolla, ricordando loro che la vera fede nasce quando smettiamo di mettere al centro il nostro “io” digitale o l’approvazione degli algoritmi, e torniamo a mettere Dio al centro di tutto. I nuovi media devono essere un ponte per avvicinarsi, non un muro che ci chiude in una solitudine virtuale in cui ognuno pensa solo a se stesso.
Il nostro compito, come educatrici che non mollano la presa nemmeno davanti al millesimo “visualizzato senza risposta” è sfruttare questi canali per accendere la miccia della curiosità, ricordando ai ragazzi che la comunità vera, quella in cui spezziamo il pane e ci guardiamo negli occhi, si sperimenta solo dal vivo e, per fortuna, non ha bisogno di filtri.
A cura di Stefania Soricaro e Annamaria Vitale
Catechiste della Parrocchia di San Francesco D’Assisi (Brindisi)
Gruppo Facebook: Catechiste Esaurite 2.00
Instagram: catechisteesaurite2.0






