
Messa della Domenica. Ci ritroviamo nei banchi a osservare il solito festival del movimento a caso tra i partecipanti alle celebrazione: c’è chi si alza di scatto come se la sedia scottasse, chi si siede sbadigliando e chi esegue un segno della croce talmente rapido da sembrare il tentativo di scacciare una zanzara invisibile. Viene da chiedersi, con un pizzico di onesta ironia (e un filo di travaso di bile per noi catechiste), se tutto questo non sia solo ginnastica liturgica da eseguire per inerzia in attesa del pranzo.
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La tentazione di liquidare i gesti della Messa come regole noiose è forte. Eppure, la liturgia non è uno spettacolo di ballo sincronizzato diretto dal parroco. I movimenti che compiamo sono dinamiche vive, nate per educare la nostra anima partendo dal corpo. Se il corpo resta spento, la mente vola dritta alla formazione del Fantacalcio. Comprendere questo meccanismo ci salva dal pilota automatico, come spiegava Romano Guardini: «Il corpo deve diventare lo specchio dell’anima, lo strumento attraverso il quale l’anima parla» (I santi segni, 1922).
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La cosa straordinaria è che c’è una sovrapposizione perfetta tra i gesti che facciamo e i passi di Gesù nel Vangelo. Quando ci alziamo in piedi, ripetiamo lo slancio di un Gesù che non si è mai seduto comodo a guardare, ma camminava incontro ai feriti e si è destato in piedi, risorto, la mattina di Pasqua. È la postura dell’adulto che ci mette la faccia e dice a Dio: “Ci sono”. Per svegliare questo slancio a volte usiamo i canti, come il celebre Alleluia “delle lampadine” (con annesso avvitamento di mani in aria). L’intenzione è bellissima, serve a fare comunità, ma la Messa non è la curva sud: il canto deve sintonizzare i cuori, non diventare un coro da stadio.
Subito dopo arriva il momento di mettersi in ginocchio. Non è sottomissione, ma la maturità di abbassare l’orgoglio davanti a un Amore immenso. È abitare lo stesso spazio occupato da Gesù nel Getsemani o quando si è chinato a lavare i piedi ai discepoli. Come ricorda Papa Francesco: «In ginocchio si impara a guardare il cielo. Chi non sa inginocchiarsi davanti a Dio, finirà per inginocchiarsi davanti a tante cose umane» (Omelia Corpus Domini, 2018).
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Infine, si arriva al cuore profondo della celebrazione: la Comunione. Dopo il movimento e il canto, scatta il momento della calma assoluta. Quando torni al banco con l’Eucaristia, il mondo fuori si spegne. È il tempo della riservatezza totale, un tu-per-tu esclusivo in cui svanisce il rumore e si diventa un tutt’uno con Gesù. Lì, in quel silenzio intimo, Lui abita le nostre fatiche e noi le sue.
La prossima Domenica facciamo un patto contro la fretta. Rallentiamo il ritmo e viviamo ogni segno. Smettiamo di fare ginnastica e iniziamo, finalmente, a incontrare Qualcuno.
A cura di Stefania Soricaro e Annamaria Vitale
Catechiste della Parrocchia di San Francesco D’Assisi (Brindisi)
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