
Ore 17, catechismo. Una catechista entra in sala con cartoncini, forbici, pennarelli e quello sguardo tipico di chi, nel giro di un’ora, dovrà contemporaneamente annunciare il Vangelo, evitare che qualcuno mangi la colla stick e sedare una lite per il pennarello glitter argento. Nel frattempo, da un angolo della stanza, parte sempre la domanda inevitabile: “Ma oggi facciamo un gioco?”. Ecco, forse tutto parte proprio da lì. Perché tante volte, quando si parla di giochi e laboratori in parrocchia, qualcuno pensa subito a un modo simpatico per tenere occupati i bambini. Una specie di “intrattenimento con merenda incorporata”. In realtà chi vive davvero la catechesi sa bene che dietro una caccia al tesoro, una torre di bicchieri o un cartellone pieno di colori si nasconde qualcosa di molto più importante.
I bambini, mentre giocano, imparano. Imparano ad aspettare il proprio turno, a perdere senza arrabbiarsi troppo, a collaborare, a fidarsi degli altri, perfino a gestire la frustrazione quando una costruzione crolla dopo dieci minuti di lavoro. E succede spesso. Anzi, quasi sempre.
Una catechista raccontava sorridendo di aver proposto una gara per costruire la torre più alta con bicchieri di carta. Dopo pochi minuti, il gruppo sembrava un piccolo Parlamento in crisi: chi dava ordini, chi si offendeva, chi voleva mollare tutto. Poi, quasi senza accorgersene, i bambini hanno iniziato ad ascoltarsi davvero. Alla fine, la torre non era nemmeno perfetta, era un po’ storta, ma stava in piedi. E forse la lezione più bella era proprio quella.
Il pedagogista Jean Piaget scriveva che “il gioco è il lavoro del bambino” (La formazione del simbolo nel bambino, 1945). Basta osservare attentamente un gruppo durante un’attività per capirlo: nel gioco emergono carattere, emozioni, paure e capacità relazionali molto più che in tante spiegazioni teoriche.
Anche Gesù, in fondo, educava così. Non parlava usando formule complicate, ma immagini concrete: semi, pecore, pescatori, pane, reti gettate nel mare. Partiva dalla vita quotidiana delle persone. Nel Vangelo di Matteo leggiamo: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo saggio” (Mt 7,24).
Non basta ascoltare. Occorre mettere in pratica, fare esperienza. E allora anche un semplice laboratorio può trasformarsi in una piccola scuola di responsabilità.
Qualche settimana fa, durante un incontro, ai bambini è stato chiesto di disegnare la propria mano su
un cartoncino e scrivere su ogni dito un gesto concreto da vivere durante la settimana: aiutare a casa, dire grazie, ascoltare senza interrompere, condividere qualcosa con un amico. Uno di loro, dopo averci pensato un po’, ha scritto: “Non fare arrabbiare mia sorella per un giorno intero”. Forse non era un proposito da santo medievale, ma era autentico. E soprattutto era concreto.
È proprio questo il punto: aiutare i bambini a capire che la fede non è qualcosa di astratto, ma passa attraverso piccole scelte quotidiane. Persino gli errori diventano educativi. Nei laboratori qualcosa va sempre storto: la colla finisce dappertutto tranne dove dovrebbe, i pennarelli si seccano nel momento meno opportuno e c’è sempre qualcuno che versa brillantini sul pavimento creando un effetto presepe natalizio permanente fino a Pasqua. Ma anche lì si impara qualcosa di prezioso: si può sbagliare senza sentirsi sbagliati. Si può ricominciare.
Papa Francesco ha ricordato che educare significa aiutare i ragazzi a rialzarsi dopo le cadute (Patto Educativo Globale, 2020). Ed è esattamente ciò che accade anche nelle stanze del catechismo, spesso molto più di quanto immaginiamo. Per questo giochi e laboratori non sono tempo perso. Sono occasioni concrete per seminare il Vangelo nella vita dei bambini. Perché la fede, soprattutto da piccoli, non si impara soltanto ascoltando. Si impara facendo esperienza, scegliendo, collaborando, sbagliando e ricominciando insieme. Anche attraverso un cartoncino storto pieno di brillantini.
A cura di Stefania Soricaro e Annamaria Vitale
Catechiste della Parrocchia di San Francesco D’Assisi (Brindisi)
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