
Dopo aver accolto le parole piene di tenerezza e visione ecclesiale di Mons. Lucio Ruiz, l’intervento di Mons. Antonio Spadaro, sotto-Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha scosso l’assemblea come un vento impetuoso. Non è stato un discorso tra i tanti, ma una vera chiamata al fuoco, un appello spirituale e culturale rivolto a ogni evangelizzatore digitale. Nessuna concessione al sentimentalismo, nessuna strategia tecnica: solo verità profonde, incise con voce limpida e ardente.
Il suo esordio è già una rivelazione: «Io credo che siete qua perché qualcosa vi brucia dentro». Non ci si trovava nell’Auditorium di via della conciliazione in una convention per ottimizzare profili o aumentare la reach, ma in un cenacolo di cuori in fiamme, riuniti non per diventare «più performanti», ma per testimoniare una Parola che «accende»
Il digitale non è un mezzo
Spadaro ha subito demolito una falsa convinzione, molto radicata anche in alcune pratiche pastorali: «il digitale non è un mezzo» e «se avete questa idea in mente, che il digitale sia un mezzo per evangelizzare, potete andarvene». Una frase forte, che non respinge, ma provoca perché la rete non è un canale da sfruttare, è un ambiente da abitare con fede. È un luogo reale, pieno di emozioni vere, di ferite autentiche, di attese profonde.
Risuonano qui le parole di Benedetto XVI, citate da Spadaro stesso: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». E se è parte della realtà quotidiana, allora lì la Chiesa deve incarnarsi, non solo proiettarsi.
Non contenuti, ma cuori che ardono
Il mondo non ha bisogno di slogan evangelici ben confezionati, «non ha bisogno di altri contenuti ben confezionati», ma «ha bisogno di cuori che ardono, di vite che brillano anche senza filtri». L’evangelizzazione digitale non si misura in visualizzazioni, ma nella capacità di comunicare ciò che ci brucia dentro.
La vera domanda non è «che cosa devo postare domani», ma «che cosa mi sta bruciando dentro e non posso non condividere». La missione digitale è condivisione di una vita visitata dalla Grazia, non di una linea editoriale religiosa. «Solo quello che ti incendia dentro può illuminare fuori», ha affermato Spadaro: e queste parole risuonano come discernimento per ogni pastorale mediale parrocchiale, ovvero non pubblicare per riempire il feed, ma per accendere cuori.
Oltre gli algoritmi, la verità dell’anima
Il digitale è dominato da logiche predittive, algoritmi e metriche: tutto è tracciabile, tutto si misura. Ma Mons. Spadaro smaschera l’inganno: «l’algoritmo sa tutto di te, ma non sa chi sei», infatti «può conoscere gusti, comportamenti, preferenze, ma non sa che cosa ti salva, che cosa ti ferisce, che cosa ti muove».
«La Grazia è debordante», ha ricordato citando Papa Francesco e «nessun algoritmo può prevederla». E neanche la nostra influenza può essere misurata davvero: «Dio può convertire un cuore grazie a un post brutto e fatto male». È questa un’affermazione che libera dal perfezionismo e restituisce all’evangelizzazione digitale la sua verità teologale: siamo strumenti, non registi della Grazia.
Non costruire un brand, ma custodire la verità
Il cuore dell’intervento è un invito all’autenticità radicale: «Il mondo digitale ci dice: costruisci il tuo brand personale. […] Ma il Vangelo ci dice un’altra cosa: diventa autentico». Spadaro ha messo in guardia contro la tentazione dell’immagine vincente, perfetta, seduttiva, che rischia di vanificare il messaggio stesso. Ha, infatti, affermato con forza: «Tu non sei un brand, sei una benedizione». Ed è proprio questo il punto più alto della pastorale mediale: non comunicare per piacere, ma per amare, non ostentare, ma donarsi. Un post non deve “funzionare”, deve testimoniare: deve essere un frammento di verità vissuta, non un packaging evangelico.
Restare umani, anche online
In un passaggio del suo intervento, Spadaro ha denunciato il clima di polarizzazione che domina le piattaforme: «Oggi non c’è più l’avversario, oggi c’è il nemico», anche nella Chiesa. E ha aggiunto: «Nella nostra comunicazione ci stiamo creando dei nemici […] i brand cattolici non contemplano la compassione, ma alimentano lo scontro».
Questo grido di dolore interpella ogni comunicatore ecclesiale: la compassione deve tornare al centro della comunicazione cristiana, anche digitale. Se manca la compassione, anche la comunicazione sedicente cattolica può «scomunicare». È questo il paradosso più tragico: sviluppare una comunicazione che esclude, giudica, divide. La pastorale mediale è, invece, chiamata a costruire ponti, non a moltiplicare link, a generare comunità, non ad alimentare tifoserie.
Essere fuoco
La conclusione dell’intervento di Spadaro è stata un vero e proprio manifesto spirituale: «Non vi chiedo di brillare, vi chiedo di bruciare». Non è un gioco retorico, ma un’esortazione alla testimonianza radicale. Il mondo è pieno di luci artificiali, ma ciò che scalda, guida, trasforma è il fuoco: «siate fuoco, il resto verrà».
Essere fuoco non è una metafora poetica: significa vivere una comunicazione che nasce dall’amore, dalla verità e dalla presenza. Non si tratta di essere creatori di contenuti per il mercato, ma «creator di senso, di significato». Non venditori di fede, ma artigiani di speranza.
A cura di Marcello la Forgia
Responsabile Equipe parrocchiale delle Comunicazioni
Scarica il pdf che contiene gli interventi e le omelie del Giubileo dei Missionari digitali e Influencere Cattolici.







Commenti ( 8 )
Andrea says:
13 Agosto 2025 at 15:20L’invito di padre Spadaro a «bruciare» piuttosto che a «brillare» è uno scossone provvidenziale per chi vive l’evangelizzazione digitale. In un tempo in cui l’apparenza e la visibilità sembrano essere tutto, questo richiamo al fuoco interiore, alla coerenza vissuta e alla profondità spirituale è un richiamo evangelico. Non abbiamo bisogno di influencer, ma di testimoni infiammati di Vangelo.
Francesco dell'Alba says:
13 Agosto 2025 at 17:26Bruciare significa consumarsi per amore, mettere sé stessi in gioco senza calcolo, con uno stile che non cerca like ma vite trasformate. Questo ci ricorda che la missione digitale, per essere feconda, ha bisogno prima di tutto di una vita interiore accesa, abitata da Cristo, nutrita dalla Parola e dalla preghiera.
Anna Maria says:
13 Agosto 2025 at 22:32La tentazione di brillare, di misurarsi con le logiche del successo, è reale anche nel contesto ecclesiale. Ma l’esortazione di Spadaro sposta lo sguardo sull’essenziale: non si tratta di “fare colpo”, ma di lasciare tracce di Dio. E per farlo non basta il talento, serve il fuoco.
Vincenzo Pugliese says:
14 Agosto 2025 at 19:27Il fuoco brucia anche nel silenzio. Spesso il nostro servizio digitale si svolge nell’ombra, senza riscontri immediati. Eppure, se animato da un amore vero, può scaldare cuori, accendere speranze, incendiare vite di Vangelo. Questo mi dà forza nei momenti in cui tutto sembra inutile.
Colaluce Anna says:
15 Agosto 2025 at 14:59Bruciare non significa consumarsi in modo sterile o isolato. Significa ardere insieme, come carboni ardenti nella brace di una Chiesa viva. Ecco perché è essenziale la comunione tra missionari digitali: sostenersi, correggersi, ispirarsi a vicenda.
Franco So says:
16 Agosto 2025 at 10:17Forse dovremmo ripensare la formazione degli evangelizzatori digitali anche a partire da questa immagine del fuoco: non solo corsi tecnici, ma spazi di spiritualità, di confronto, di ritiro. Perché chi evangelizza, anche con un post o una story, parla con la vita.
Tania says:
18 Agosto 2025 at 22:58Ogni giorno possiamo scegliere se brillare per noi stessi o bruciare per il Regno. E il mondo ha fame di fuoco autentico, non di stelle cadenti. Questo Giubileo ci ha dato parole forti, come questa di Spadaro, che meritano di diventare stile di vita.
Fabrizio Pesce says:
19 Agosto 2025 at 19:28Ringrazio per questo passaggio condiviso. Mi ha fatto riflettere su come, anche nella mia quotidianità, posso essere più fuoco che riflettore. Più dono che spettacolo. Più testimone che commentatore. È una rivoluzione silenziosa, ma reale.