
Se l’intervento di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per le Comunicazioni, aveva tracciato la fisionomia spirituale di una rete fatta di persone e non di algoritmi, le parole intense e paterne di Mons. Lucio Adrian Ruiz, Segretario del Dicastero per le Comunicazioni, hanno offerto il respiro ecclesiale di questo Giubileo: un grande abbraccio universale, che ha saputo accogliere e rilanciare la vocazione di ogni missionario e missionaria digitale. Con una carica umana e spirituale fuori dal comune, ha ricordato a tutti che la Chiesa è una Madre che cammina con i suoi figli, anche nelle periferie digitali.
«Cari missionari digitali, cari missionarie, cari influencer cattolici […] questa è la vostra casa, la casa della nostra Madre Chiesa. Godete della sua tenerezza nei vostri confronti». È stato un incipit che ha riscaldato il cuore dei presenti, non con retorica ma con affetto reale. Nella voce di Ruiz non si percepiva solo l’ufficialità di un dicastero, ma l’abbraccio personale di una Chiesa che accompagna, custodisce, sostiene.
Il Giubileo come abbraccio: oltre le etichette
Mons. Ruiz ha chiarito fin da subito il senso profondo della scelta del nome “Giubileo dei Missionari Digitali e Influencer Cattolici”: «Il nome non ha un’intenzione ermeneutica o semantica, ma ha il significato dell’abbraccio». È un nome inclusivo, che non traccia confini tra chi evangelizza “direttamente” e chi lo fa “indirettamente”, ma riconosce la varietà dei linguaggi e delle forme come dono e ricchezza. Questo abbraccio – simile a quello del colonnato di San Pietro – è un’immagine forte della pastorale mediale, che dovrebbe sempre custodire il senso dell’ospitalità, dell’incontro e dell’alleanza. Una Chiesa digitale che accoglie, senza etichettare né giudicare, è una Chiesa che annuncia con misericordia.
La missione nasce da una chiamata
Tra i tanti punti trattati, il primo è il fondamento stesso di ogni evangelizzazione: «dobbiamo essere consapevoli che chi ci ha chiamato è il Signore». La pastorale mediale non è un’attività accessoria, né un mestiere creativo, ma è la risposta a una chiamata. Non si diventa evangelizzatori digitali per strategia, ma per vocazione: una vocazione che – come ha ricordato Ruiz – affonda le radici nell’esperienza spirituale («Non possiamo dare il Signore se non lo abbiamo, non lo possediamo nel nostro cuore e non lo viviamo nella nostra vita»).
Queste parole smascherano ogni superficialità: infatti, una pagina Facebook o un profilo Instagram ben curati, un sito aggiornato, un video virale non bastano: la credibilità della missione nasce dalla verità della vita. La testimonianza non si improvvisa: si nutre nel silenzio, nella preghiera, in quell’intimità con Dio che dà senso a tutto il resto.
“Samaritanare”, il verbo che ci manca
Con delicatezza e profondità, Mons. Ruiz ha riportato una parola-chiave coniata da Papa Francesco: «samaritanare». È un neologismo che chiede di spostare l’attenzione dal contenuto alla persona, dall’efficacia alla prossimità, dalla visibilità alla compassione. «La nostra missione negli ambienti digitali non è quella di produzione di contenuti e basta – ha sottolineato Ruiz -, ma nell’incontro con le persone, nell’aiutare chi è caduto, nel dare speranza a chi è in ricerca».
Questa prospettiva interpella direttamente la pastorale mediale parrocchiale: i social non sono solo bacheche, ma ambienti dove si possono raccogliere domande, accogliere storie, camminare accanto a chi ha bisogno, formare, informare e spiegare. “Samaritanare” significa abitare il digitale con il cuore, con uno stile che sa chinarsi verso colui che è in difficoltà e chiede aiuto, che vuole fasciare le ferite e spargervi sopra il balsamo della Parola, che può sollevare chi è caduto.
Il valore del primo annuncio
Uno dei passaggi più concreti riguarda il ruolo del digitale come luogo del “primo annuncio”: «Quel piccolo annuncio che arriva nel posto giusto, nel momento giusto, che sa essere presente quando la persona […] ha bisogno di quella parola giusta in quel momento». È questo che spesso accade nelle nostre comunità: una frase, una caption, un’immagine evangelica diventano scintille che accendono domande, aprono varchi nei cuori, innescano cammini di crescita spirituale e conversione.
Mons. Ruiz ha anche introdotto un altro passaggio decisivo: il missionario digitale non agisce mai da solo, perché «il soggetto dell’evangelizzazione non è la singola persona […], ma è la Chiesa, la Chiesa Madre». È stato questo un richiamo forte all’ecclesialità della missione: nessuno può evangelizzare nel nome proprio, né costruire la propria visibilità sganciandosi dalla comunità. «Rimanete uniti ai vostri pastori», ha ribadito più volte. La pastorale mediale, per essere autentica, deve nascere e vivere nella comunione ecclesiale.
L’unità, condizione per la credibilità
In un mondo digitale segnato da polarizzazioni, tensioni e divisioni, il Vangelo chiede unità: «Se siamo divisi, allora coloro che ci ascoltano finiranno per polarizzarsi. Potremmo avere più follower, però avremo infranto il valore di Cristo». È un passaggio di straordinaria lucidità quello proposta da Ruiz: le dinamiche divisive, anche nei social ecclesiali, non solo feriscono la comunione, ma indeboliscono la testimonianza.
La pastorale mediale dovrebbe essere strumento di unità, non di frattura, spazio di riconciliazione, non di scontro. Occorre vigilare sulle parole, sulle immagini, persino sui toni «forse avremo vinto, ma Dio ha perso». Un monito che dovrebbe interrogare ogni comunicatore ecclesiale.
Un nuovo capitolo missionario della Chiesa
Il discorso si è concluso con una visione ampia, appassionata ed ecclesiale della missione digitale della Chiesa: «Oggi, in questa nuova cultura digitale, la Chiesa apre questa nuova pagina missionaria». Non è una moda passeggera, né una parentesi del marketing religioso, ma è un nuovo capitolo della storia evangelica, da scrivere insieme, come popolo, come comunità, come Corpo di Cristo.
Mons. Ruiz ha affidato un compito a ciascuno dei missionari digitali, quello di essere «scrittori», un mandato carico di fiducia, ma intriso di responsabilità perché esorta ciascun evangelizzatore digitale a scrivere questa nuova pagina non con l’inchiostro, ma con volti, storie e vite capaci di portare la speranza fino ai confini della terra.
A cura di Marcello la Forgia
Responsabile Equipe parrocchiale delle Comunicazioni
Scarica il pdf che contiene gli interventi e le omelie del Giubileo dei Missionari digitali e Influencere Cattolici.







Commenti ( 7 )
Pierluigi says:
11 Agosto 2025 at 15:15L’invito a essere “scrittori di una nuova pagina” è tanto potente quanto esigente. Significa prendere coscienza che il futuro della missione digitale passa anche dalla nostra capacità di generare narrazioni vere, libere e cristianamente ispirate.
Rosella Rizzi says:
11 Agosto 2025 at 18:20Le parole di Mons. Ruiz ci ricordano che la comunicazione è sempre creazione di senso. Ogni post, ogni story, ogni commento può contribuire a edificare o a distruggere.
Antonio Giura says:
13 Agosto 2025 at 18:21“Siate voi gli scrittori” vuol dire anche non aspettare che siano altri a dire cosa è Chiesa, cosa è missione, cosa è speranza. Tocca a noi incarnare il Vangelo nei linguaggi di oggi.
Ennio De says:
14 Agosto 2025 at 20:07Grazie a chi ha condiviso questo contenuto e a chi ogni giorno scrive il Vangelo con gesti semplici, parole vere e un cuore grande. La nuova pagina è quella che Dio scrive nei cuori disponibili.
Claudia says:
16 Agosto 2025 at 20:11La nuova pagina missionaria è già iniziata, ma è ancora fragile. Serve una corresponsabilità diffusa, un impegno di comunità, una riflessione costante sui mezzi e sui fini.
Roberta says:
17 Agosto 2025 at 2:21Questo intervento mi ha fatto riflettere su quanto tempo e attenzione dedichiamo alla forma, ma quanto poco alla sorgente. Per essere scrittori della missione, dobbiamo essere innamorati del Vangelo, non della visibilità.
Domenico Lauriola says:
17 Agosto 2025 at 18:21Si potrebbe pensare a laboratori parrocchiali o diocesani su narrazione e fede: come scrivere online con stile cristiano, come gestire le crisi comunicative, come essere discepoli anche nei social.