
La campanella suona, le lezioni finiscono e i ragazzi tornano a casa. Per qualcuno, però, le umiliazioni non terminano all’uscita da scuola. Continuano nelle chat, attraverso fotografie condivise senza consenso, commenti offensivi o gruppi dai quali si viene deliberatamente esclusi. Lo smartphone, che dovrebbe consentire di comunicare e mantenere relazioni, può diventare uno strumento attraverso il quale la sofferenza raggiunge anche gli spazi più intimi della quotidianità.
È questa una delle questioni centrali della Giornata internazionale contro la violenza e il bullismo a scuola, compreso il cyberbullismo, che ricorre il 5 novembre 2026. L’UNESCO ha scelto per quest’anno il tema «Every learner safe and well: From promise to practice», richiamando la necessità di trasformare gli impegni per la sicurezza e il benessere degli studenti in azioni concrete.
La questione interpella direttamente le famiglie, la scuola e tutte le realtà educative, comprese le comunità cristiane, perché educare alla vita digitale non significa soltanto insegnare a utilizzare correttamente uno strumento, ma accompagnare bambini e adolescenti a riconoscere la dignità delle persone anche quando interagiscono attraverso uno schermo.
Quando la violenza supera i confini della scuola
Il cyberbullismo assume forme differenti: messaggi offensivi ripetuti, diffusione di immagini umilianti, falsi profili, minacce ed esclusione intenzionale dai gruppi digitali. Non ogni litigio online costituisce automaticamente bullismo, ma comportamenti apparentemente banali possono diventare particolarmente dannosi quando si inseriscono in dinamiche di prevaricazione.
Peraltro, la dimensione digitale presenta una difficoltà ulteriore. Un contenuto offensivo può essere condiviso rapidamente, raggiungere persone estranee all’episodio originario e continuare a circolare anche dopo la sua pubblicazione. Chi subisce queste aggressioni può così avvertire la sensazione di non avere un luogo dove sottrarsi al giudizio degli altri.
Inoltre, la violenza non coinvolge soltanto chi la esercita e chi la subisce, ma esiste una responsabilità anche di chi assiste, ride, inoltra un contenuto o preferisce non intervenire per paura di diventare il prossimo bersaglio.
Per questo, educare al rispetto significa aiutare i ragazzi a comprendere che anche le loro reazioni contribuiscono a determinare il clima di un gruppo. Non condividere un’immagine umiliante, manifestare vicinanza a un compagno isolato o rivolgersi a un adulto sono scelte capaci di interrompere una dinamica di esclusione.
Genitori ed educatori: conoscere prima di controllare
Davanti ai rischi degli ambienti digitali, la risposta degli adulti può concentrarsi prevalentemente sul controllo: verificare i dispositivi, limitare l’accesso alle applicazioni o stabilire divieti. Sono misure che, in determinate circostanze e secondo l’età dei ragazzi, possono essere necessarie, ma non sostituiscono l’accompagnamento educativo.
La prima responsabilità dei genitori consiste nel conoscere gli ambienti frequentati dai figli, interessarsi alle loro relazioni online e mantenere aperto un dialogo che non cominci soltanto quando emerge un problema.
Un adolescente che teme di essere rimproverato, umiliato o privato immediatamente dello smartphone potrebbe scegliere di nascondere ciò che sta vivendo. Al contrario, sapere di poter raccontare un’esperienza dolorosa senza essere giudicato rende più facile chiedere aiuto.
Anche insegnanti, catechisti e altri educatori svolgono un ruolo essenziale: possono riconoscere cambiamenti nel comportamento, situazioni di isolamento e tensioni che si manifestano nei gruppi, contribuendo a creare ambienti nei quali il rispetto venga sperimentato concretamente.
Questa responsabilità richiede collaborazione. La famiglia non può delegare ogni intervento alla scuola, così come le realtà educative non possono considerare irrilevante ciò che accade online quando le sue conseguenze attraversano le relazioni quotidiane.
Educare al rispetto è anche una responsabilità cristiana
Per una comunità cristiana, la prevenzione del bullismo e del cyberbullismo non rappresenta soltanto un tema sociale, ma riguarda direttamente il modo in cui viene annunciato e vissuto il Vangelo. Infatti, nella parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37), Gesù presenta una responsabilità che nasce dal riconoscimento della sofferenza altrui perché, mentre alcuni passano oltre, il Samaritano si ferma, si avvicina e si prende cura dell’uomo ferito.
Il racconto non parla naturalmente degli ambienti digitali, ma offre un criterio per interrogare anche le relazioni contemporanee: davanti a qualcuno che viene umiliato o escluso, si può scegliere di ignorare ciò che accade oppure di assumersi la responsabilità di non lasciarlo solo.
Lo stesso principio riguarda il linguaggio. L’esortazione paolina a evitare parole dannose e a privilegiare quelle capaci di edificare (Ef 4,29) ricorda che comunicare comporta una responsabilità verso chi riceve le parole.
Nei percorsi di catechesi e nelle attività parrocchiali, questi riferimenti possono diventare occasioni per affrontare situazioni concrete, senza limitarsi a raccomandazioni generiche. I ragazzi hanno bisogno di confrontarsi su ciò che vivono nelle chat, sui meccanismi di esclusione e sulle pressioni esercitate dai gruppi, imparando a riconoscere quando una battuta smette di essere divertente e diventa una forma di umiliazione.
Dalle dichiarazioni alla responsabilità quotidiana
Il tema UNESCO del 2026 richiama un passaggio fondamentale: non basta affermare che ogni bambino ha diritto a un ambiente sicuro, se poi non vengono costruite condizioni che rendano effettiva questa protezione.
Quando emerge un episodio di cyberbullismo, gli adulti devono, innanzitutto, ascoltare e proteggere la persona coinvolta, evitando di minimizzare l’accaduto. È importante conservare le prove disponibili, attivare le procedure scolastiche appropriate e utilizzare gli strumenti di segnalazione delle piattaforme, coinvolgendo le autorità competenti quando necessario.
La prevenzione, tuttavia, comincia molto prima dell’emergenza: prende forma nel dialogo quotidiano, nelle regole condivise, nell’esempio degli adulti e nella capacità di insegnare che ogni persona conserva la propria dignità anche quando non è fisicamente presente.
La sfida educativa non si concretizza solo nel tenere i ragazzi lontani da ogni schermo, ma nell’aiutarli a vivere responsabilmente anche attraverso gli schermi, senza dimenticare che dietro ogni profilo, fotografia o messaggio c’è qualcuno che può essere accolto oppure ferito. Famiglie, scuole e comunità cristiane possono contribuire a costruire questa consapevolezza, purché scelgano di collaborare e di ascoltare realmente le esperienze dei più giovani.






