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Giornata internazionale della Pace: la pace comincia quando smettiamo di trasformare l’altro in un nemico

parrocchia san bernardino molfetta - Giornata Internazionale della Pace 2026È possibile invocare la pace nel mondo e, nello stesso tempo, trasformare le relazioni quotidiane in piccoli campi di battaglia? Si può chiedere che cessino le armi mentre si continua a ferire con le parole, a coltivare rancori o a considerare chi pensa diversamente qualcuno da screditare?
La Giornata Internazionale della Pace richiama inevitabilmente le guerre che continuano a provocare vittime, distruzioni e sofferenze. Eppure, il Vangelo impedisce di guardare alla pace soltanto come a una questione lontana: essa riguarda anche le famiglie, le comunità, i luoghi di lavoro e gli ambienti digitali, perché la violenza comincia ogni volta che l’altro smette di essere riconosciuto come persona e diventa soltanto un avversario.

 

La pace non si attende, si costruisce

Nel Discorso della montagna Gesù proclama: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Non parla semplicemente di persone che desiderano la pace, ma di coloro che scelgono di costruirla.
La pace evangelica, infatti, non coincide con l’assenza di conflitti e non pretende di cancellare le differenze. Chiede, invece, di attraversarle senza trasformarle in ostilità, imparando ad ascoltare prima di rispondere, a cercare il dialogo senza rinunciare alla verità e a riconoscere nell’altro una dignità che nessuna divergenza può cancellare.
Essere operatori di pace significa anche impedire che il conflitto generi altro conflitto. In questa prospettiva trova posto il perdono, che non cancella la giustizia né rende irrilevante il male ricevuto, ma spezza la catena attraverso cui ogni offesa rischia di produrne un’altra.

 

Il primo disarmo riguarda le parole

La pace passa anche dal linguaggio. Le parole possono avvicinare oppure creare distanze, chiarire una divergenza oppure trasformarla in scontro, difendere una convinzione oppure diventare strumenti per umiliare chi la pensa diversamente.
Questa responsabilità emerge con particolare evidenza negli ambienti digitali, dove la rapidità delle reazioni può favorire aggressività, sarcasmo e giudizi sommari. Dietro uno schermo diventa più facile pronunciare parole che difficilmente verrebbero dette guardando qualcuno negli occhi, mentre il dissenso può rapidamente trasformarsi in delegittimazione personale.
Disarmare le parole non significa tacere davanti a ciò che si ritiene sbagliato né rinunciare alle proprie convinzioni. Significa imparare a dissentire senza disprezzare, correggere senza umiliare, argomentare senza aggredire. Anche un commento, una risposta o una condivisione possono così contribuire alla pace oppure alimentare un clima già segnato dalla polarizzazione.

 

Educare alla pace attraverso le relazioni

parrocchia san bernardino molfetta - Giornata Internazionale della Pace 2026Questa responsabilità riguarda anche l’educazione delle nuove generazioni. Bambini e ragazzi imparano a gestire i conflitti osservando anzitutto gli adulti: il modo in cui discutono, reagiscono a un’offesa, parlano di chi ha opinioni differenti o riconoscono i propri errori diventa una concreta scuola di relazione.
Educare alla pace significa mostrare che si può discutere senza insultare, chiedere scusa senza sentirsi deboli e ascoltare senza rinunciare alle proprie idee. Famiglie, scuole e comunità cristiane possono diventare luoghi nei quali il dialogo non viene soltanto insegnato, ma praticato.

 

Dalla pace invocata alla pace vissuta

Le guerre contemporanee chiedono preghiera, giustizia e decisioni politiche capaci di interrompere la violenza. Tuttavia, sarebbe contraddittorio desiderare un mondo disarmato senza interrogarsi anche sulle armi utilizzate ogni giorno nelle relazioni: rancore, disprezzo, pregiudizio e aggressività verbale.
La Giornata Internazionale della Pace diventa così un invito a passare dalla pace invocata alla pace praticata. Essere «operatori di pace» non significa evitare ogni conflitto, ma scegliere di non utilizzarlo per distruggere l’altro.

 

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