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Missione e comunione, due volti dello stesso cammino: il Convegno pastorale diocesano riparte dal Concilio

parrocchia san bernardino molfetta - convegno pastorale diocesano 2026 evangelizzazione missione comunione sinodalità«Insieme per camminare … con la forza del Vangelo. 40 anni di comunione»: il titolo del Convegno Pastorale Diocesano, svoltosi ieri nella Chiesa della Madonna della Pace a Molfetta, contiene già una direzione ben precisa. Camminare insieme, infatti, non significa semplicemente condividere iniziative o moltiplicare occasioni di collaborazione, ma interrogarsi sulla forma di Chiesa che siamo chiamati a costruire, sul modo in cui annunciamo il Vangelo e sulla qualità delle relazioni attraverso le quali la missione prende corpo.

Su queste coordinate si è sviluppato l’intervento del prof. Francesco Zaccaria, docente di Teologia pastorale presso la Facoltà Teologica Pugliese (nella foto al centro), che ha posto in relazione due dimensioni inseparabili della vita ecclesiale: missione e comunione, quest’ultima declinata nella prospettiva della sinodalità e del camminare insieme. «Esse son dei facce della stessa medaglia», ha affermato in apertura, articolando successivamente la riflessione in due momenti, alla luce soprattutto delle costituzioni conciliari Gaudium et Spes (leggi il documento) e Lumen Gentium (leggi il documento).

A concludere il Convegno è stato il Vescovo Domenico Basile, che ha ricondotto il percorso alla domanda decisiva per il cammino diocesano: comprendere dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa e, in particolare, la nostra Chiesa diocesana e vivere con responsabilità gli organismi ecclesiali come luoghi effettivi di partecipazione e discernimento.

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La missione nasce da ciò che la Chiesa è

Prima di domandarsi quali strumenti utilizzare o quali iniziative promuovere, occorre chiarire che cosa significhi essere una Chiesa missionaria. La missione appartiene alla natura stessa della comunità cristiana: nasce dall’iniziativa di Dio, raggiunge ogni battezzato e orienta la Chiesa verso l’annuncio di Cristo e il servizio all’uomo. Non rappresenta, quindi, un settore pastorale affidato ad alcuni specialisti, ma una dimensione costitutiva dell’intero Popolo di Dio.

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È una prospettiva che attraversa il Concilio Vaticano II e che Lumen Gentium riconduce alla stessa identità battesimale: incorporati a Cristo e costituiti Popolo di Dio, i fedeli partecipano, ciascuno secondo la propria condizione, alla missione di tutto il popolo cristiano. Da questo fondamento Zaccaria ha sviluppato la prima parte del suo intervento, interrogandosi, anzitutto, sugli ostacoli che possono frenare l’azione evangelizzatrice. Tra questi ha individuato «la paura del pluralismo, delle altre religioni, delle numerose visioni del mondo, del mettersi in gioco»: una paura che rischia di trasformare il cambiamento culturale in una minaccia da cui difendersi, anziché nel tempo concreto che i cristiani sono chiamati ad abitare.

La prospettiva indicata è differente: la fede permette di stare dentro la storia sostenuti dalla «speranza che Dio avita già questa storia e ci salva», evitando due tentazioni opposte, quella di «fuggire dalla tentazione di fermare il tempo (abbiamo fatto così) e di inseguire il tempo (le mode del momento)».

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Dialogare con il mondo senza perdere la differenza cristiana

La posizione della Chiesa dentro la storia richiede, secondo Zaccaria, una postura più esigente: «dobbiamo essere in dialogo con il mondo, mantenendo una distanza cristica». Il riferimento conciliare è, anzitutto, Gaudium et Spes, che chiede alla comunità ecclesiale di scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, entrando realmente nelle domande, nelle attese e nelle trasformazioni dell’umanità.

Questo rapporto non procede in una sola direzione. In effetti, Gaudium et Spes riconosce esplicitamente anche «l’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo»: l’esperienza storica, il progresso delle conoscenze e le diverse culture possono contribuire a una comprensione più profonda e a un’espressione più adeguata della sua missione. È soprattutto il n. 44 della Gaudium et Spes della Costituzione, più che il n. 11 della Gaudium et Spes richiamato durante la relazione, a formulare esplicitamente questa reciprocità, mentre il n. 11 riguarda il discernimento dei segni della presenza e del disegno di Dio negli avvenimenti, nelle esigenze e nelle aspirazioni del tempo.

Evangelizzare, pertanto, non equivale a consegnare dall’esterno qualcosa a un destinatario passivo: «la missione è dialogo perché la verità si cerca sempre insieme», ha sottolineato il relatore. La prospettiva trova una radice significativa nell’Ecclesiam Suam di san Paolo VI (leggi il documento), dove la Chiesa è chiamata a entrare in dialogo con il mondo in cui vive: «La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (n. 67). Lo stesso principio affonda nella natura dialogica della Rivelazione, come evidenziato in Dei Verbum 2 (leggi il documento) in cui Dio, nel suo amore, parla agli uomini come ad amici e li invita alla comunione con sé. Pertanto, prima di diventare metodo pastorale, il dialogo appartiene alla forma stessa con cui Dio entra nella storia e si comunica all’umanità.

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parrocchia san bernardino molfetta - convegno pastorale diocesano 2026 evangelizzazione missione comunione sinodalità - tre modelli di chiesaGuerriero, seminatore o esploratore: quale modello di Chiesa?

Che tipo di Chiesa vogliamo essere, o quale modello stiamo già incarnando? Zaccaria ne ha proposti tre, non come categorie rigide in cui classificare le comunità o i suoi operatori pastorali, ma come immagini capaci di far emergere differenti atteggiamenti pastorali.

Il primo è quello del guerriero, per il quale «l’annuncio è una battaglia, e il Vangelo un codice da imporre». Quando la missione assume prevalentemente una postura difensiva o conflittuale, il rischio è quello descritto dallo stesso relatore: «finiamo per essere una minoranza impaurita, all’attacco o sempre in ritirata». Il mondo viene, allora, percepito soprattutto come territorio ostile, mentre l’annuncio perde la capacità di incontrare realmente le persone e le loro domande.

Differente è l’immagine del seminatore, segnata dalla generosità, dalla gioia dell’annuncio e dalla gratuità. Chi semina sa di non possedere i tempi della crescita e rimane libero dall’ansia di misurare immediatamente i frutti. Anche questo modello, tuttavia, necessita della reciprocità: se il rapporto rimane quello tra chi possiede il seme e chi dovrebbe semplicemente riceverlo, può riprodursi una comunicazione unidirezionale incapace di ascolto.

Il terzo modello, infine, è quello dell’esploratore, che «esce senza paura a cercare i germogli di Vangelo che non ha seminato perché il Vangelo ci precede». La sua postura si costruisce su «ascolto, dialogo e umiltà»: non rinuncia all’annuncio, ma riconosce che l’azione di Dio precede l’iniziativa pastorale e può essere incontrata anche là dove non pensavamo di trovarla.

In questa prospettiva acquista particolare rilievo il richiamo a Evangelii Gaudium 164 (leggi il documento), dove Papa Francesco colloca il kerygma al centro di ogni attività evangelizzatrice e di ogni autentico rinnovamento ecclesiale: l’annuncio di Gesù Cristo non costituisce un contenuto preliminare da superare, ma il centro al quale la Chiesa deve continuamente ritornare.

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Prima la dignità battesimale, poi le differenze ministeriali

La seconda parte dell’intervento ha spostato l’attenzione dalla missione alla comunione, ritornando alla grande intuizione ecclesiologica della Lumen Gentium: la Chiesa come Popolo di Dio. infatti,  la disposizione stessa della Costituzione conciliare possiede un significato teologico: il capitolo dedicato al Popolo di Dio precede quello sulla costituzione gerarchica della Chiesa, facendo emergere ciò che accomuna tutti i battezzati prima delle differenti vocazioni e responsabilità. Zaccaria lo ha sintetizzato con un’espressione netta: «prima la dignità battesimale di tutti, e poi le differenze ministeriali».

Non si tratta di cancellare le differenze tra ministeri, carismi e responsabilità, bensì di collocarle dentro la comune appartenenza ecclesiale. Lumen Gentium 32 afferma che comune è la dignità dei membri in forza della rigenerazione in Cristo e che, pur nella diversità delle funzioni, tutti partecipano all’edificazione del Corpo di Cristo. Anche Leone XIV ha recentemente ripreso questo principio ricordando che, prima di ogni differenza di ministero o stato di vita, il Concilio afferma l’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati.

Da qui l’altra affermazione proposta durante il Convegno: «non esiste una chiesa spettatrice e una evangelizzatrice», ovvero non esiste nella Chiesa una parte della comunità chiamata ad agire e un’altra destinata ad assistere. La missione nasce dal Battesimo e coinvolge, secondo forme e responsabilità differenti, l’intero Popolo di Dio. Lo stesso Leone XIV ha ricordato che la consacrazione battesimale è alla radice della comune missione che unisce ministri ordinati e fedeli laici (leggi il testo dell’Udienza Generale del 18 marzo 2026).

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Corresponsabilità senza cristallizzare i carismi

La comunione diventa concreta quando la dignità battesimale riesce a tradursi in corresponsabilità ecclesiale. Su questo terreno Zaccaria ha richiamato il concetto di corresponsabilità differenziata, sottolineando al tempo stesso la necessità di evitare una cristallizzazione dei carismi.

La diversità, infatti, non costituisce un problema da eliminare, né la corresponsabilità comporta un’indistinzione dei ruoli. La Lumen Gentium descrive una Chiesa in cui lo Spirito distribuisce doni differenti perché tornino a vantaggio comune e nella quale i ministeri sono posti al servizio dell’edificazione dell’intero corpo ecclesiale. Si sviluppa, pertanto, una visione in cui il servizio ecclesiale non può essere interpretato attraverso la logica del potere: una Chiesa costituzionalmente sinodale è chiamata a riconoscere responsabilità differenti dentro un comune orientamento al servizio, facendo della partecipazione e dell’ascolto elementi strutturali, e non concessioni occasionali.

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parrocchia san bernardino molfetta - convegno pastorale diocesano 2026 evangelizzazione missione comunione sinodalità - passaggi del discernimento parrocchiale comunitarioIl discernimento comunitario non è una riunione ben organizzata

È proprio nella pratica del discernimento che la sinodalità smette di essere una dichiarazione di principio e diventa metodo ecclesiale. Zaccaria lo ha definito «una pratica spirituale, che richiede attenzione ai processi interni, a Dio e alla realtà circostante», evitando di ridurre il discernimento a una tecnica per organizzare riunioni, raccogliere opinioni o raggiungere rapidamente un compromesso. Discernere significa cercare insieme ciò che lo Spirito suggerisce alla comunità, mettendo in relazione ascolto reciproco, preghiera, lettura della realtà e responsabilità nelle decisioni.

Il relatore ha indicato quattro passaggi attraverso cuiquesto processo può prendere forma soprattutto nelle Parrocchie, nelle Diocesi e nei rispettivi organismi di partecipazione:

– racconto e ascolto, perché nessun discernimento può iniziare senza dare spazio all’esperienza concreta delle persone;

– dialogo e approfondimento, che permette di andare oltre la semplice giustapposizione delle opinioni e di comprendere le ragioni emerse;

– consenso e decisione: la decisione, ha precisato Zaccaria, non può essere intesa come un atto isolato nelle mani del parroco o del Vescovo, né il consenso come un’adesione incondizionata, perché la responsabilità propria di chi è chiamato a decidere si colloca all’interno di un processo ecclesiale nel quale l’ascolto ha un peso reale;

– rendiconto e verifica, spesso trascurati ma indispensabili per comprendere gli effetti delle scelte compiute e lasciarsi nuovamente interrogare dall’esperienza.

Racconto, approfondimento, decisione e verifica delineano così un processo circolare, nel quale la comunità non cerca semplicemente la soluzione più funzionale, ma prova a riconoscere insieme la direzione verso cui Dio la chiama.

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parrocchia san bernardino molfetta - convegno pastorale diocesano 2026 evangelizzazione missione comunione sinodalità - domande sinodaliFare squadra nelle Parrocchie e nella Diocesi

Una sinodalità che rimanga confinata nei documenti o negli incontri formativi rischia di perdere la propria forza trasformativa. Per questo Zaccaria ha ricondotto la riflessione alla concretezza delle relazioni ecclesiali, indicando la necessità di «fare squadra tra presbiteri e laici nella pluralità ministeriale in parrocchia». La corresponsabilità, in questa prospettiva, non coincide con una distribuzione pragmatica dei compiti, ma chiede che presbiteri e laici imparino a riconoscere reciprocamente vocazioni, competenze e carismi, assumendo insieme la responsabilità della missione senza confondere ciò che appartiene ai differenti ministeri.

La stessa esigenza riguarda il presbiterio diocesano perché occorre «fare squadra tra presbiteri in Diocesi, basandosi sulla fraternità, sulla collegialità e sul lavorare insieme»: una comunione che non può essere semplicemente dichiarata, perché diventa credibile quando produce relazioni, confronto, progettazione condivisa e capacità di superare autoreferenzialità e frammentazioni.

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Tre domande per verificare il nostro modo di essere Chiesa

L’intervento non si è concluso consegnando una formula pastorale già pronta, ma riportando la riflessione alla vita concreta delle comunità attraverso tre domande.

▪️Nella nostra missione siamo più guerrieri, seminatori o esploratori? ➡︎ La domanda invita a riconoscere quale postura prevalga realmente nell’incontro con il territorio e con chi vive lontano dagli abituali percorsi ecclesiali.

▪️Cosa possiamo fare perché i nostri consigli pastorali siano luoghi reali di discernimento e di verifica comunitaria? ➡︎ Qui viene chiamata in causa la qualità degli organismi di partecipazione: non soltanto la loro esistenza formale, ma l’effettiva capacità di ascoltare, elaborare, discernere e verificare.

▪️Cosa possiamo fare insieme – presbiteri, laici e parrocchie – che da soli non possiamo fare? ➡︎ È la domanda che lega più direttamente missione e comunione, perché costringe a verificare se il camminare insieme produca realmente possibilità pastorali nuove o rimanga soltanto un principio condiviso a parole.

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parrocchia san bernardino molfetta - convegno pastorale diocesano 2026 evangelizzazione missione comunione sinodalitàMons. Basile: riconoscere dove lo Spirito ci sta conducendo

Nelle conclusioni, il Vescovo Mons. Domenico Basile ha ricondotto il cammino del Convegno alla sorgente spirituale da cui ogni autentico rinnovamento ecclesiale deve lasciarsi guidare: comprendere dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa.

Per esprimere questa prospettiva ha richiamato le parole del cardinale Carlo Maria Martini:

«Anche nel buio del nostro tempo, lo Spirito c’è e non si è mai perso d’animo: al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva là dove mai avremmo immaginato […] Affidarsi allo Spirito significa riconoscere che in tutti i settori arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, seguirlo».

Un’immagine che raccoglie efficacemente anche il senso dell’“esploratore” delineato durante la relazione: la comunità cristiana non parte da un terreno in cui Dio sia assente e debba essere portato dall’esterno, perché lo Spirito precede l’azione ecclesiale. Il compito diventa allora riconoscerne le tracce, discernere ciò che sta facendo maturare e avere il coraggio di seguirne l’iniziativa.

In questo orizzonte il Vescovo ha ribadito anche la centralità degli organismi ecclesiali e l’impegno necessario perché il cammino intrapreso trovi una traduzione concreta nella vita della Diocesi. Consigli e organismi di partecipazione acquistano significato quando diventano luoghi nei quali la comunione genera ascolto, il discernimento orienta le decisioni e la verifica permette alla comunità di correggere il proprio cammino.

Il Convegno consegna così alla Diocesi una prospettiva che va oltre l’appuntamento celebrato. Missione e comunione si verificano reciprocamente: una missione senza comunione rischia di trasformarsi nell’iniziativa di pochi, mentre una comunione senza apertura missionaria può ripiegarsi sulla conservazione di ciò che già esiste. Camminare insieme con la forza del Vangelo significa, invece, accettare che l’ascolto possa modificare le nostre scelte, che i carismi degli altri allarghino ciò che possiamo realizzare e che lo Spirito ci preceda anche lungo strade che non avevamo programmato.

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