
È stato un invito chiaro, sincero e paterno quello rivolto da Mons. Domenico Cornacchia alla comunità diocesana a conclusione del Convegno Pastorale svoltosi all’Auditorium Regina Pacis di Molfetta. Dopo aver ascoltato le relazioni di don Francesco Asti e don Gianni Caliandro, condivisa la gioia dell’incontro con presbiteri, religiose, laici e operatori pastorali, il Vescovo ha tracciato la rotta pastorale per l’anno 2025-2026, impregnata di profezia, corresponsabilità e coraggio.
Il suo discorso ha ricordato a tutti che una Chiesa sinodale non è un progetto da costruire, ma uno stile da incarnare: non si tratta, dunque, di aggiustare qualche programma, ma di guardare oltre, insieme, lasciandosi condurre dallo Spirito e dal grido degli uomini e delle donne del nostro tempo.
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Una Diocesi che sogna in grande, oltre gli orticelli
Il primo grande appello di Mons. Cornacchia è stato quello a essere una Chiesa profetica, sinodale e capace di sognare. Una Chiesa che non si accontenta di restare nel recinto delle cose già fatte, ma che allarga lo sguardo, supera gli orticelli e si lascia provocare dalla realtà perché solo chi sogna può generare futuro. E sognare, per una comunità cristiana, significa mettere l’altro al centro, ascoltarne la voce, accoglierne la storia, lasciarsi ferire dalle sue domande.
Per questo, ha ribadito il Vescovo, servono linguaggi nuovi, un lessico rinnovato, una capacità rinnovata di leggere i segni dei tempi. Non bastano le abitudini pastorali, ma occorrono occhi lucidi e cuori spalancati. La Diocesi non deve essere una struttura autoreferenziale, ma una comunità viva, capace di fare spazio ai carismi, di mettere in circolo i doni, di lasciarsi interrogare in profondità, soprattutto dalle attese e dai bisogni delle giovani generazioni, soprattutto oggi, quando la sfida educativa richiede audacia, visione, prossimità reale.
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La sinodalità è vocazione, non metodo
Uno dei passaggi più intensi è stato il richiamo alla vocazione sinodale della Chiesa: la Chiesa è sinodale per natura, perché nasce da un popolo che cammina insieme. Per questo motivo, ha ricordato il Vescovo, non possiamo vivere come monadi, come entità isolate, né come “bolle” protette: il tempo che stiamo attraversando chiede di osare nuovi sentieri, di rompere gli schemi, di inventare stili diversi. Camminare insieme non è uno slogan, ma una forma concreta di discepolato, in cui si condividono passi, fragilità, sogni e scelte.
La sinodalità è anche ascolto reciproco, confronto fraterno, disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro. Per questo, Mons. Cornacchia ha invitato la Diocesi a non avere paura del confronto, anzi a coltivarlo come luogo di crescita. Nessuno può essere lasciato indietro, nessuno può essere escluso: la sinodalità non divide, ma unisce e chiede una Chiesa che tenda la mano, che si faccia prossima a chi è fragile, a chi è ai margini, a chi vive situazioni di difficoltà, non solo economiche, ma anche affettive, spirituali, relazionali.
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Le famiglie: cuore e risorsa della pastorale
Tra le indicazioni più incisive, quella di riconoscere nelle famiglie il primo e più autentico interlocutore della pastorale: esse non devono essere solo destinatari passivi, ma protagonisti attivi. Le famiglie, infatti, sono il luogo concreto dove la fede può essere narrata, trasmessa e vissuta. Sono, dunque, il laboratorio dove si apprendono relazioni, valori, rispetto, cura, responsabilità: e, per questo, devono diventare priorità pastorale condivisa, non solo ambito delegato.
Mons. Cornacchia ha esortato i presbiteri, i catechisti, gli operatori pastorali a costruire percorsi nuovi e veri con le famiglie, a partire dall’ascolto della loro realtà. La famiglia non va riempita di attività, ma accompagnata con discrezione, sostenuta nella fatica, valorizzata nelle sue ricchezze, liberata da giudizi e moralismi. Non si tratta di idealizzarla, ma di stare accanto a ciò che è reale. E da lì, generare speranza.
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Cercare nuovi ambiti, dialogare con il mondo
Infine, un appello coraggioso da parte del Vescovo: non chiudersi nel già noto, ma aprire nuove vie, andare dove la Chiesa ancora non arriva, abitare i crocevia del mondo contemporaneo con una presenza capace di dialogo, discernimento, profezia. La comunità ecclesiale deve saper stare nel mondo senza mondanizzarsi, accogliere le sfide del presente senza snaturare il Vangelo, abbandonare la nostalgia del passato per abbracciare la creatività del futuro.
Questo implica una Chiesa che esce, che non ha paura della complessità, che sa abitare anche le domande aperte e i territori incerti: una Chiesa che non difende posizioni, ma genera incontri, che non giudica dall’alto ma accompagna passo dopo passo.
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Una conclusione che apre il cammino
L’intervento di Mons. Cornacchia non è stato un discorso di chiusura, ma un’apertura concreta a un nuovo anno pastorale, che domanda a tutti – clero, religiosi, laici – di vivere con maggiore intensità la corresponsabilità ecclesiale. Il cammino sinodale, infatti, non è un tema da convegno, ma la postura di una Chiesa che vuole somigliare sempre di più al Vangelo.
Il Vescovo ci ha consegnato una parola-chiave: “osare”. Osare nuovi linguaggi. Osare la fraternità. Osare la corresponsabilità. Osare il sogno. Solo una Chiesa che sogna è una Chiesa viva. E solo una Chiesa viva può essere segno del Regno in mezzo agli uomini.
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A cura di Marcello la Forgia
Responsabile parrocchiale delle Comunicazioni






