
Nel cuore della Chiesa diocesana di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, riunita nel’Auditorium Regina Pacis per l’avvio del Convegno Pastorale Diocesano, si è tenuta una prima intensa giornata di ascolto e riflessione che ha visto protagonista don Francesco Asti, preside della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (nella foto da sinistra, don Vito Bufi, Direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale, il Vescovo Mons. Domenico Cornacchia, e don Francesco Asti). Con un linguaggio acuto e insieme profondamente umano, don Francesco ha offerto una lettura teologica e spirituale di quanto, a sessant’anni dal Concilio Vaticano II, resta urgente riscoprire per essere realmente Popolo di Dio in cammino.
L’intervento, dal titolo «Popolo di Dio insieme per camminare», si è sviluppato sua tre parole-chiave che sono al tempo stesso coordinate concettuali e orizzonti spirituali per ogni cammino sinodale: compagnia, comunione e profezia della fraternità.
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La compagnia: uscire dalla disistima per generare speranza
Cosa significa per il Concilio Vaticano II essere “in comunione”? Don Francesco ha fatto emergere una risposta profonda e scomoda al tempo stesso: essere in comunione non è mai un’idea astratta o una semplice adesione emotiva, ma una forma concreta di compagnia nella fede, nella vita ecclesiale, nella fragilità quotidiana. È la capacità di camminare gli uni accanto agli altri con rispetto, pazienza e incoraggiamento reciproco.
Oggi, ha sottolineato, le nostre comunità sono spesso malate di disistima: è un virus silenzioso, subdolo, che insinua sfiducia nell’altro, sospetto e cinismo pastorale. Nelle Parrocchie e nella stessa vita diocesana si respira, talvolta, un clima di appiattimento e di stanchezza. La pastorale, dunque, sembra essersi fermata, inchiodata a prassi sempre uguali, incapaci di dialogare con la realtà. «Siamo diventati sordomuti alla Parola, proprio come Zaccaria», ha evidenziato don Francesco, richiamando l’immagine evangelica dell’uomo che non sa più ascoltare e annunciare.
A tutto questo, però, c’è una via d’uscita: la stima vicendevole. Dove ci si incoraggia, dove ci si sostiene senza giudizi e pettegolezzi, fiorisce la speranza. E la speranza non è un sentimento passeggero, ma una forza comunitaria, uno stile spirituale. Solo dove si smette di cercare il confronto ideale o l’idillio pastorale e si riscopre il valore reale dell’altro, può iniziare un’autentica rigenerazione ecclesiale.
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La comunione: un corpo in azione verso il futuro
Il secondo nodo affrontato da don Francesco è stato quello della comunione, letta non come semplice coesistenza, ma come comunione in azione, in movimento verso il futuro che Dio ci affida. La sinodalità, ha affermato con forza, non si limita all’ascolto, ma implica la costruzione condivisa, il discernimento concreto, la responsabilità condivisa.
«La comunione è il mettere insieme i carismi, i doni, i talenti che Dio ha donato a ciascuno», ha spiegato don Francesco, richiamando le parole della Lettera agli Efesini (cap. 4). Ed è su questo punto che ha lanciato una provocazione sferzante: «ci crediamo davvero che ognuno – laico, presbitero, consacrato – possa contribuire alla comunione parrocchiale e diocesana con ciò che è, e non solo con ciò che fa? O abbiamo paura di perdere il nostro “posto fisso” in parrocchia? Temiamo che condividere il servizio possa intaccare il nostro ruolo?».
L’unità si realizza quando ognuno occupa il proprio posto, secondo la vocazione che ha ricevuto, senza confondere i ruoli e senza pretendere di fare tutto da soli. Anche in questo, ha richiamato l’insegnamento spirituale di San Francesco di Sales nella “Filotea“: quando ciascuno vive la propria vocazione in libertà e verità, tutta la comunità cresce. Dunque, la comunione nella sinodalità non è uniformità né diplomazia, ma azione che nasce dall’ascolto reciproco e dal desiderio di servire il Vangelo insieme: questo è possibile solo se si smette di pensare di essere migliori degli altri, solo se si rinuncia al potere per scegliere la corresponsabilità.
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La profezia della fraternità: un paradosso che salva
Infine, don Francesco ha focalizzato l’attenzione sull’orizzonte profondo della profezia della fraternità, definendola configurata nell’umano cristologico. È in Cristo, uomo e Dio, che ogni fraternità trova il proprio fondamento e la propria verità: è questa una fraternità che non nasce dalla simpatia o dalla contiguità sociale, ma dal paradosso evangelico. Rimanere nel «paradosso delle origini» significa non appiattirsi sul mondo, ma restare ancorati a uno stile cristiano che ha il coraggio di distinguersi: amore per la povertà, misericordia verso i nemici, apertura verso chi non condivide la nostra fede, disinteresse per il denaro, fiducia nella Provvidenza, desiderio di servire più che di apparire (don Francesco ha citato il n. 27 della Gaudium et Spes, Costituzione Pastorale del Concilio Vaticano II, promulgato da papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, come manifesto di questa fraternità che genera comunione).
Tutto questo, naturalmente, non è sterile idealismo: è Vangelo ed è il cuore di una Chiesa che vuole tornare a camminare come popolo e non come elite, come comunità sinodale e non come sistema chiuso. La sinodalità è la forma ecclesiale della profezia: e, per essere profeti, occorre non solo parlare in nome di Dio, ma abitare la storia con lo stile di Cristo.
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Un inizio che chiede continuità
Il Convegno Pastorale è così iniziato con un forte appello alla conversione comunitaria. Le parole di don Francesco Asti hanno tracciato non un semplice schema teorico, ma un cammino possibile, concreto e urgente: siamo chiamati ad essere compagni di strada, costruttori di comunione e profeti di fraternità non domani, ma oggi.
In un tempo segnato da frammentazioni, chiusure, stanchezze e identitarismi sterili, la sinodalità appare come l’unica strada realmente ecclesiale per vivere e annunciare il Vangelo nel mondo contemporaneo. Non sarà facile, ma è l’unico modo per essere fedeli alla chiamata ricevuta perché la Chiesa – come ha ricordato il Concilio – è popolo di Dio in cammino. E camminare, oggi, significa camminare insieme.
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A cura di Marcello la Forgia
Responsabile parrocchiale delle Comunicazioni






