
C’è un passaggio chiave nel pensiero di don Tonino Bello che continua a interrogare e provocare anche oggi: «Fate luce, non scintille». Non giochi di brillantezza estemporanea, non momenti isolati che bruciano e svaniscono, ma una luce duratura, feconda, che nasce dal cuore e illumina la vita degli altri. È questa immagine potente che ha caratterizzato l’intervento di don Gianni Caliandro, Rettore del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta, nella seconda giornata del Convegno Pastorale Diocesano, dedicato al prossimo appuntamento della Missione Giovani 2026, in programma per il mese di febbraio.
Dopo l’interessante contributo di don Francesco Asti nella prima giornata (Convegno diocesano, «Popolo di Dio insieme per camminare»: il Concilio come compagnia, comunione e profezia), il contributo di don Gianni Caliandro si è articolato in tre direzioni fondamentali – vocazione, unicità e compassione – che non rappresentano semplici parole a tema, ma assi portanti di una nuova stagione ecclesiale, in cui la cura dei giovani diventa il luogo privilegiato della speranza.
.
La vocazione come luce che dà senso alla vita
«Ogni vocazione è chiamata a essere vissuta con gioia, non come peso, ma come dono – ha evidenziato don Gianni -. La vocazione vera nutre il cuore, alimenta la vita, orienta i passi, dà sapore ai giorni». È, insomma, un orizzonte che chiede di essere cercato, scoperto, custodito. Per questo, la Missione Giovani non può ridursi a un evento o a un’iniziativa da calendario, ma si presenta come una tappa fondamentale nel cammino della ricerca vocazionale dei nostri giovani seminaristi (e non solo), che oggi più che mai desiderano trovare il senso profondo della propria esistenza, il “perché” dei loro sogni, il significato delle loro ferite.
Don Gianni, per altro, parlando di comunità parrocchiale e missione giovani, ha ripreso l’invito di Gesù ai discepoli – «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5,16) – per meglio spiegare il senso del mandato missionario come promessa di fecondità: la “nostra” luce non è artificio, ma identità, non è prestazione, ma dono. Ogni giovane, in questo cammino, è chiamato a risplendere secondo la propria verità, i propri talenti, la propria storia.
.
L’unicità come tessuto vivo della comunità
La vocazione, come ha spiegato don Gianni, è chiamata a dare forma all’unicità di ciascuno perché non c’è nulla di generico o standardizzato nel progetto di Dio. Ciascuno è chiamato a portare nel mondo ciò che solo lui può portare, perché è irripetibile. Ma questa unicità non deve trasformarsi in isolamento o autoreferenzialità: è, invece, il punto d’incontro con la comunità, il luogo in cui la pastorale smette di essere funzionale e diventa generativa.
Qui nasce la provocazione: le nostre Parrocchie pensano davvero in termini vocazionali o semplicemente cercano modi per “tenere agganciati” i giovani? La pastorale rischia di diventare pigrizia quando riduce le persone a ruoli da assegnare, invece di aiutarle a scoprire chi sono. Non si tratta di trovare attività per intrattenere, ma di dare spazio alla verità di ciascuno, alla sua irripetibilità.
L’unicità si sviluppa e matura quando le vicende della vita – anche quelle più dure – toccano profondamente la nostra interiorità. Solo allora possiamo crescere davvero, diventare più di ciò che siamo o di ciò che crediamo di essere. E la comunità – quella vera – è quella che sa mettere a frutto questa diversità, non omologarla. Il rinnovamento pastorale, allora, passa attraverso il rinnovamento delle persone, non dei programmi.
.
Compassione: quando la sofferenza dell’altro diventa tua
Il terzo asse dell’intervento è stato quello più radicale, la compassione che non è emozione passeggera, ma capacità di far risuonare dentro di sé ciò che accade fuori. È il cuore che si lascia ferire, non solo informare: Dio stesso, ha ricordato don Gianni, è il primo compassionevole che vede, ascolta, scende e salva. È l’immagine di un Dio che entra nella storia non per giudicare, ma per accogliere, condividere e liberare.
È questo lo stile della vera pastorale: vedere e ascoltare le situazioni concrete dei giovani, accoglierle nel cuore e lasciare che ci sveglino dentro. Solo quando si accoglie davvero ciò che ci circonda, nasce un’azione concreta che cambia le cose. È qui che si sviluppa una pastorale che non dorme, che non si accontenta, che osa: «Accogliere il disagio dei ragazzi e quello dei genitori che si sentono abbandonati, anche dalle nostre comunità, è la vera urgenza pastorale – ha sottolineato don Gianni -. Quando invece si organizzano solo incontri per “dire che si è fatto qualcosa”, la pastorale resta vuota, formale, incapace di generare futuro».
.
Una missione per riaccenderci dentro
La Missione Giovani non può, allora, ridursi a un programma da presentare o a una serie di appuntamenti. Essa rappresenta una provocazione per tutta la Chiesa diocesana: vogliamo ancora farci toccare? Siamo disposti a metterci in gioco o preferiamo restare spettatori?
«Non dobbiamo ritrarci per paura – ha concluso don Gianni -, ma fare risuonare dentro di noi la sofferenza e la complessità del mondo giovanile». È qui il cuore della missione, è qui il senso della luce da accendere: non un bagliore che abbaglia per un attimo, ma una presenza costante e silenziosa che scalda, accompagna, illumina. La domanda finale resta aperta e vibrante: cosa vogliamo davvero fare? Se la Chiesa vuole davvero prendersi cura dei giovani, dovrà tornare a essere madre che genera e cammina, che ascolta e accompagna, che piange e sogna insieme. Una madre che non fa scintille, ma luce.
.
A cura di Marcello la Forgia
Responsabile parrocchiale delle Comunicazioni






