
L’inizio dell’anno pastorale per noi catechiste fa rima con ansia da prestazione clinica. Parliamoci chiaro e senza filtri da sacrestia, viaggiamo a camomilla e Tavor per capire come spiegare la Trinità a piccoli terremoti che usano i sussidi come aeroplanini, mentre i genitori arrivano all’iscrizione con lo sguardo di chi consegna il gatto al veterinario. Spesso, dietro ai silenzi glaciali sui gruppi WhatsApp e a quella distanza di sicurezza dal portone della chiesa, non c’è cattiveria. C’è il terrore puro di sentirsi inadeguati in un ambiente di cui non si azzeccano più i codici.
Diventa facile liquidare la pastorale delle famiglie come una Mission Impossible, rassegnandosi a fare le baby-sitter gratuite per un’ora alla settimana pur di portare a casa la pelle. La verità è che il vecchio modello di catechismo – impostato come una succursale della scuola, con i banchi e tutto il resto – è morto e sepolto.
I genitori di oggi non sono atei militanti: sono semplicemente persone sfinite da ritmi folli, incastrate tra il calcetto, la danza e i turni di lavoro. Eppure, questo distacco ha creato un vuoto culturale che a volte si manifesta in tutta la sua tragica comicità. Pensiamo a quelle Messe in cui la chiesa è gremita di famiglie che non si vedevano dai tempi del loro matrimonio. Il parroco si lancia in mezzo alla navata col microfono: «Allora, che grande festa è oggi? È Pentecoste, quindi festeggiamo la discesa dello … ?». Il gelo. Gente di quarant’anni con la laurea che fissa il soffitto analizzando la stabilità delle volte, papà che fingono di allacciare le scarpe ai figli (che però hanno lo strappo) e nessuno che sappia rispondere “Spirito Santo“. Ti verrebbe da piangere, ma la realtà è che l’alfabeto della fede è andato perduto. Diciamocelo con spietata onestà: questo deserto è il risultato matematico del “fuggi-fuggi” generale del post-sacramenti.
Per decenni siamo andati avanti a colpi di tappe obbligate imposte dalle famiglie vecchio stampo, usando percorsi rigidi solo per timbrare il cartellino dei Sacramenti. Continuare a fare le stesse cose sperando in un risultato diverso è pura follia. Qualcosa, però, è cambiato durante la pandemia. Quando siamo state costrette a inventarci la catechesi online, siamo entrate senza bussare nei loro salotti. Stando vicini ai figli, i genitori si sono ritrovati ad ascoltare, quasi per contrabbando, ciò di cui parlavamo.
Da quel momento, la nuova generazione di catechisti a cui apparteniamo – quella delle “Catechiste Esaurite”, ma sul pezzo – ha capito la lezione: esistono altri canali, digitali e non, capaci di farci entrare in punta di piedi nelle case. Un video breve sui social o un piccolo spunto di riflessione da vivere in famiglia hanno dimostrato che se l’annuncio si fa flessibile, le barriere cadono. Dopotutto, è lo stile di Gesù nel Vangelo, che non è rimasto nel tempio ad aspettare che la gente si mettesse in riga, ma è uscito a cercarla: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va alla ricerca di quella perduta, finché non la trova?» (Lc 15, 4).
Dobbiamo smettere di fare la polizia doganale col registro delle presenze e iniziare a camminare al loro fianco. Don Tonino Bello usava una metafora pazzesca che dovremmo stamparci in testa: «La Chiesa deve essere un’osteria, non un tribunale. Un luogo dove la gente va a ristorarsi, non a farsi processare» (Cirenei della gioia). Rendere il catechismo “un’osteria” significa che l’incontro non può essere un colloquio stile “consiglio di classe” in cui elenchiamo le assenze. Dobbiamo sfruttare questi nuovi canali e inventarci formati nuovi: un aperitivo serale per parlare delle fatiche educative o un catechismo familiare dove ci si siede attorno a un tavolo a spezzare la Parola con termini concreti.
Se un genitore capisce che la Parrocchia è l’unico posto in cui può calare la maschera e respirare, state certe che non scappa più. Ci vuole una riserva infinita di pazienza e la capacità di gioire per i piccoli passi. Capire che non dobbiamo essere invadenti o lanciare crociate, ma imparare a farci accogliere in punta di piedi, proprio come un soffio leggero che accarezza senza fare rumore. Se anche una sola persona decide di ritornare sui suoi passi nel cammino di fede, allora ogni nostra fatica trova il suo senso. Le crisi di nervi sono dietro l’angolo, ma come diceva San Giovanni XXIII: «Dobbiamo cercare ciò che unisce e non ciò che divide» (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962).
Sotto le distanze apparenti, condividiamo tutti lo stesso bisogno di essere accolti. Il catechismo per i lontani non è una missione impossibile: è solo la sfida di una Chiesa che sceglie di restare con le porte spalancate. Porte aperte soprattutto per chi crede che, data la troppa distanza accumulata negli anni, non ci sia più alcuna possibilità di rientrare. A loro dobbiamo ricordare che per Dio non esistono scadenze o treni persi: la Chiesa smette di fare la dogana e torna a fare, finalmente, la casa.
A cura di Stefania Soricaro e Annamaria Vitale
Catechiste della Parrocchia di San Francesco D’Assisi (Brindisi)
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