
Se in parrocchia stampassimo tessere associative con bollino annuale, per molti cambierebbe poco. Il rischio di confondere la comunità con un circolo ricreativo a numero chiuso è altissimo. Abbiamo turni blindati, chiavi della sacrestia difese come il Santo Graal e uno sbarramento invisibile che fa sentire chi entra per la prima volta come un imbucato. Ci siamo cascate tutte nella trappola dei “soliti quattro“, quel recinto di eletti che si ritengono proprietari delle mura.
Il dramma si consuma quando si prova a fare una minima modifica. Proponete di spostare la Messa dei fanciulli, cambiare l’allestimento per i periodi liturgici o scegliere tovaglie diverse per l’altare: apriti cielo! Parte il festival del lamento dei soliti noti, trincerati dietro il pigro: «Si è sempre fatto così!». Questa chiusura riduce la Parrocchia a un gruppo d’élite impenetrabile. Ma la Chiesa o è di tutti o non è cattolica, perché così diventa un condominio litigioso. La maturità di una comunità si vede proprio dallo scardinare le vecchie abitudini per fare spazio a tutti.
Accogliere è un verbo scomodo: significa farsi da parte per fare spazio all’altro. E l’altro, puntualmente, scombina i piani: è il ragazzo del catechismo che non sta fermo, il genitore separato timoroso del giudizio o chi non conosce le nostre regole non scritte. Una comunità matura non pretende che la gente arrivi già perfetta e preconfezionata: si sporca le mani e impara la pazienza. Se coltiviamo solo il nostro orticello per paura dei cambiamenti, diventeremo un museo di fossili spirituali: rassicuranti, ma sterili.
Il modello è Gesù, che non ha aperto un club per VIP, ma ha passato il tempo a tavola con peccatori e disperati, lasciando di sasso i professionisti della religione: «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» (Lc 14, 13-14). Per evitare che la Parrocchia si riduca a un comitato a porte chiuse, serve la comunione. Non è il semplice “andare d’accordo” o sentimentalismo: comunione non significa essere tutti simpatici o pensarla alla stessa maniera, bensì riscoprirci membra dello stesso corpo per Grazia. Se c’è comunione, l’altro non è un fastidio che altera la mia routine, ma un pezzo di me di cui ho bisogno. Senza questa radice, la Parrocchia diventa un’azienda.
Da qui deriva il vero senso dell’accoglienza: non è buona educazione per far bella figura, né beneficenza spirituale dall’alto in basso. L’accoglienza cristiana è un atto di fede: significa riconoscere che chi scombina i nostri piani e orari perfetti porta con sé un pezzo di Cristo che a noi manca. Non facciamo un favore a loro, ma sono loro che fanno un regalo a noi, salvandoci dal soffocamento del nostro egoismo. Accogliere significa essere disposti a farsi cambiare dall’altro.
Ce lo ricorda San Giovanni Paolo II: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti. Prima di programmare iniziative concrete e difendere le nostre abitudini, dobbiamo promuovere una spiritualità della comunione, che significa saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano rivalità o chiusure» (Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte“, n. 43).
Per passare dal “club” alla “comunità” serve questo bagno di umiltà: smettere di pretendere che gli altri si adeguino ai nostri canoni e chiederci cosa dobbiamo cambiare noi per farli sentire a casa. Il nostro compito non è fare selezione all’ingresso o difendere una sedia acquisita per abitudine, ma spalancare le porte. Nella casa del Padre non esistono figli di serie B: l’unico modo per abitare la Chiesa è imparare a stare tutti dalla stessa parte dell’abbraccio.
A cura di Stefania Soricaro e Annamaria Vitale
Catechiste della Parrocchia di San Francesco D’Assisi (Brindisi)
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