
Nel panorama della comunicazione ecclesiale contemporanea, sempre più persone dedicano tempo, energie e competenze alla presenza della Chiesa negli ambienti digitali. Eppure, dietro una stessa attività online possono nascondersi motivazioni, responsabilità e vocazioni molto diverse. Chi anima i canali di una comunità è automaticamente un missionario digitale? Qual è la differenza tra un influencer cattolico e un evangelizzatore della rete? E quale formazione è realmente necessaria per abitare il continente digitale con autenticità e responsabilità?
Sono questi alcuni degli interrogativi affrontati nel nuovo articolo della Rubrica #DigitalisMissio, pubblicata sul Settimanale diocesano Luce e Vita n.10/2026 (domenica 31 maggio) e curata dal Responsabile dell’Equipe delle Comunicazioni Sociali della Parrocchia San Bernardino di Molfetta. Attraverso una riflessione che intreccia esperienza pastorale, discernimento ecclesiale e cultura digitale, il contributo approfondisce le caratteristiche dell’Animatore della comunicazione, dell’influencer cattolico e del missionario digitale, evidenziandone differenze, finalità e percorsi di crescita.
L’articolo richiama, inoltre, l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: la missione digitale non può essere improvvisata né ridotta a una semplice competenza tecnica. Essa richiede una formazione integrale che coinvolga la dimensione umana, spirituale, teologica, etica, psicologica e comunicativa della persona, affinché la presenza online diventi autentico spazio di incontro con Cristo e non mera occupazione degli spazi digitali.
Grazie alla concessione della Redazione di Luce e Vita, l’articolo è ora disponibile anche sul blog parrocchiale per favorirne una più ampia diffusione, non solo in Italia ma anche all’estero: è possibile leggerlo integralmente e, se necessario, usufruire della traduzione automatica (in basso a destra).
Nel dibattito sulla comunicazione ecclesiale online, una delle confusioni più frequenti riguarda le figure che animano la presenza digitale della Chiesa. Animatore della comunicazione, influencer cattolico e missionario digitale non sono sinonimi, né ruoli sovrapponibili. Comprenderne le differenze non serve a creare etichette, ma a favorire un autentico discernimento pastorale, chiarendo responsabilità, motivazioni e percorsi formativi adeguati.
L’Animatore della comunicazione svolge un servizio essenziale all’interno della comunità: cura i canali, racconta la vita parrocchiale o diocesana, facilita la comunicazione interna ed esterna. Il suo compito è rendere visibile ciò che la comunità vive, rafforzando i legami comunitari e favorendo la partecipazione ecclesiale. Questo servizio, se legato solo a una funzione comunicativa e organizzativa, non coincide automaticamente con la missione digitale.
Diversa è la figura dell’influencer cattolico, che utilizza i linguaggi dei social per condividere contenuti di fede, riflessioni e testimonianze personali. Nel suo intervento al Follow Festival 2025, organizzato dalla Pastorale Digitale di Monterry (Messico), Padre Heriberto Garcia Arias – presbitero messicano di 36 anni con milioni di follower sui social – ha riconosciuto che esistono somiglianze tra influencer cattolico e missionario digitale, perché «entrambi devono essere autentici», ma ha subito precisato che «la vera differenza è la motivazione». Non è lo strumento a fare la differenza, ma il perché lo si utilizza.
È qui, dunque, che emerge con chiarezza la figura del missionario digitale. La sua presenza online non nasce dal desiderio di ottenere consenso, ma da una chiamata che orienta l’azione pastorale e missionaria. Come ogni missionario, anche nel digitale egli si muove perché sente di essere inviato con un fine chiaro: non mettere se stesso al centro, ma favorire l’incontro con Cristo. La missione digitale, così intesa, non è costruzione di una personale immagine spirituale, bensì risposta ecclesiale a un mandato di annuncio che attraversa anche i linguaggi e gli spazi della rete.
Proprio perché la missione digitale non è una moda né un passatempo, ma un invio generato da una vocazione, essa richiede maturità, fedeltà e accompagnamento: non può essere improvvisata né lasciata alla sola iniziativa individuale. La questione decisiva, allora, non è anzitutto tecnica, perché le competenze operative, pur necessarie, non possono essere il cuore della formazione. Ciò che davvero conta è una formazione integrale, capace di sostenere la maturità della persona e della sua chiamata. Il missionario digitale ha bisogno di una solida base religiosa e teologica, per fondare l’annuncio, come anche di una formazione etica e comportamentale, per abitare il digitale con responsabilità. Infine, di un’attenzione psicologica, per gestire l’esposizione, le relazioni e le fragilità e di una competenza comunicativa che permetta di comprendere dinamiche, linguaggi e limiti dell’ambiente digitale.
Distinguere i ruoli, chiarire le motivazioni e investire seriamente nella formazione significa aiutare la Chiesa a essere presente online non per occupare spazi, ma per generare incontri veri. In questa prospettiva, l’Animatore della comunicazione non è chiamato a restare una figura puramente tecnica o organizzativa: può e deve diventare missionario digitale, nella misura in cui vive il proprio servizio come risposta a una chiamata, orientando linguaggi, strumenti e contenuti perché, anche attraverso il digitale, qualcuno possa incontrare il volto vivo di Cristo.
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A cura di Marcello la Forgia
Responsabile Equipe Comunicazioni Parrocchia San Bernardino, Animatore della Comunicazione, Evangelizzatore e Missionario digitale, Social Media Manager accreditato





