
Se nel primo articolo – “La missione digitale come chiamata del nostro tempo” – abbiamo riconosciuto che il Vangelo non può restare fuori dai luoghi in cui la vita scorre, adesso focalizziamo l’attenzione su una domanda più decisiva: con quale identità ci presentiamo in rete? Nel digitale non basta “esserci”: infatti, si può essere presenti e, nello stesso tempo, risultare vuoti, anzi si può parlare di Dio e, senza accorgersene, mettere al centro se stessi.
Durante il Follow Festival 20251, organizzato ad ottobre dalla Pastoral Digital di Monterrey (Messico), padre Heriberto García Arias2, nel suo intervento3 (guarda la registrazione pubblicata sul canale della Pastorale Digitale di Monterry), ha condotto la riflessione del pubblico presente proprio su questa considerazione: non l’ansia di produrre contenuti, ma il cuore di chi li produce e il valore della comunione ecclesiale che li rende credibili.
Missionario digitale e influencer cattolico: la differenza non è morale, è di “direzione”
Uno dei punti più chiari dell’intervento è la distinzione concettuale e operativa tra due figure che, online, spesso sono confuse: influencer cattolico e missionario digitale. Padre Heriberto riconosce che ci sono somiglianze perché «entrambi devono essere autentica», ma la vera «differenza è la motivazione», ovvero non cambia tanto lo strumento, cambia il “perché”. Il missionario digitale, ha spiegato Padre Heriberto, non si muove per mettere in primo piano la propria immagine, ma perché sente una chiamata e ha un obiettivo preciso: come «un missionario va perché è chiamato, perché vuole portare Cristo al centro», così «il missionario digitale ha un fine preciso, che gli altri incontrino Cristo».
Questa distinzione è un valido strumento che aiuta a fare discernimento: quando pubblico, che cosa sto cercando davvero? Sto costruendo attenzione su di me, oppure sto creando un ponte perché qualcuno si avvicini al Signore? Padre Heriberto lo riassume con una frase molto concreta: «Sui social, per un influencer, il culmine è quando il follower incontra lui […]. Nella missione digitale è l’opposto, perché il contenuto non è perché incontrino me, è perché incontrino Cristo».
Vocazione, discernimento e formazione
Non tutti sono chiamati a evangelizzare online nello stesso modo e questo libera dall’ansia di dover “fare tutti tutto”. Padre Heriberto lo ha affermato con chiarezza nel suo intervento: «Chi deve fare questo? Non tutti. È un vero impegno, una vocazione». E, per altro, ha sottolineato anche il senso profondo di parola vocazione applicata alla missione digitale, ovvero «l’essere inviati da Gesù, ma nel digitale».
Per questo motivo, è fondamentale il discernimento: la missione digitale non è una moda, né un passatempo, né una vetrina spirituale, ma un invio che chiede maturità e fedeltà e che va sostenuto dalla comunità. Chi sente questa chiamata non può essere lasciato solo: va accompagnato, formato, aiutato a crescere. Qui entra in gioco la formazione vera, quella che non si riduce alla tecnica. Padre Heriberto lo ha ribadito con estrema serietà: «Non parliamo di tecnica: quella ce la insegnano gli adolescenti. Parliamo di dottrina, di catechismo, di accompagnamento».
Chi annuncia la fede non parla mai soltanto “a nome proprio”: «E non si va da soli: la Chiesa parla attraverso di noi e chi ci guarda vede un rappresentante della Chiesa». Questo non significa recitare una parte, né diventare freddi o distanti, ma custodire un equilibrio evangelico: radicarsi nella preghiera e nella vita sacramentale, conoscere ciò che la Chiesa insegna, mantenere umiltà e capacità di verifica e, soprattutto, imparare uno stile relazionale che sappia accogliere senza invadere e rispondere senza ferire. Infatti, nel digitale si può fare molto “rumore religioso” e, tuttavia, non generare speranza: la missione, invece, quando è autentica, dona la vita.
Comunione, sinodalità, lavoro di squadra: il contrario del “solista”
Nel digitale la tentazione del “solista” è forte: si accende una camera, si pubblica un contenuto, si ottiene una reazione immediata. Eppure, la missione non è mai stata un’impresa individuale. Padre Heriberto ha richiamato un criterio ecclesiale che può salvare la purezza dell’annuncio e custodire chi annuncia: «Dentro questo cammino siamo un corpo, un team, una famiglia. Questa è la sinodalità».
Questo significa che il missionario digitale non è un “eroe” che si carica tutto sulle spalle, né un volto che parla a nome proprio: è una persona inserita in una comunità, in ascolto della Chiesa, sostenuta e anche corretta fraternamente quando serve. La comunione cambia il modo di comunicare: aiuta a scegliere cosa dire e cosa non dire, come rispondere senza ferire, quando fermarsi per non alimentare polemiche, come proteggere la propria vita interiore e quella degli altri. Per questo, quando un’équipe cammina insieme, la rete diventa davvero un luogo di Chiesa in uscita: «I missionari digitali sono il segno più bello di questa sinodalità […]. Dovete avere il coraggio di uscire e portare Cristo fuori».
Non è solo un dettaglio organizzativo, ma è un criterio pastorale perché senza comunione anche l’iniziativa più brillante rischia di diventare un progetto personale: con la comunione, invece, l’annuncio resta libero, sobrio e capace di condurre le persone non verso un profilo, ma verso Cristo e la sua comunità.
Punti focali: discernere, formare, fare equipe
L’intervento di Padre Heriberto permette, dunque, di riflettere su una chiamata, quella di custodire l’identità. I missionari / evangelizzatori digitali non sono “solisti spirituali”, “brand della fede” p “misura del Vangelo”: «Noi non siamo il modello: il modello è Cristo». Per questo, una comunità pastorale, diocesana o associativa può applicare questi tre passi semplici e concreti per i suoi evangelizzatori digitali:
▪️ discernere chi è chiamato a questo servizio (e non lasciarlo solo);
▪️ formare nella dottrina, nello stile, oltre che nella tecnica;
▪️ creare delle équipe.
E a chi dovesse sentir crescere la paura dell’ignoto, ecco la parola, asciutta e incoraggiante, di Padre Heriberto: «Non abbiate paura. E se avete paura, lanciatevi con la paura».
A cura di Marcello la Forgia
Responsabile parrocchiale delle Comunicazioni, Animatore della Comunicazione e Missionario digitale
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Note
- Il Follow Festival 2025 è stato un evento dedicato missionari digitali, influencer e creatori di contenuti cattolici, organizzato dalla Pastoral Digital di Monterrey (Messico), tenutosi il 12 ottobre 2025 e focalizzato sull’evangelizzazione online. Il suo obiettivo è unire la comunità di evangelizzatori digitali per condividere esperienze e rafforzare la missione evangelica sul web, estendendosi anche a talenti non prettamente “religiosi” ma allineati con la fede.
- Padre Heriberto García Arias è un sacerdote messicano della diocesi di San Juan de los Lagos (Jalisco), diventato uno dei volti più seguiti dell’evangelizzazione sui social (in particolare TikTok, Instagram e YouTube) con contenuti di catechesi. La sua presenza digitale è maturata soprattutto a partire dal periodo della pandemia, quando gli è stato chiesto di occuparsi della comunicazione e della trasmissione delle celebrazioni, trasformando quel servizio in una vera missione pastorale “in uscita” nel web. Da alcuni anni è a Roma per specializzarsi in Comunicazione istituzionale presso la Pontificia Università della Santa Croce, mantenendo al centro l’idea che online non si “costruisce una propria chiesa”, ma si accompagna la gente a tornare alla comunità reale.





