
Credo che tante volte nel nostro mondo occidentale la questione della cura del creato sia posta da una prospettiva fondamentalmente morale: è giusto prendersi cura del creato con atteggiamenti responsabili per il bene nostro, di tutti e delle generazioni future.
Benissimo. Giusto. Ma, come sempre, la morale non basta. Non basta sapere e capire che una cosa è giusta per riconoscerne il valore, perché, come insegnano i greci con la famosa massima “kalòs kai agathòs”, ovvero “ciò che è buono è bello”. E finché non riconosciamo la bellezza di qualcosa che è presentato come buono, non basta. È la bellezza di ciò che è buono che ci salva, non semplicemente la sua bontà, non la semplice legge morale: è quello che ci insegna il cristianesimo con il suo centro nell’incarnazione.
Dunque, tornando al nostro tema: che fare? Direi: niente, o almeno non subito. Prima contemplare, prima scoprire, prima gustare la bellezza, il bene che la creazione è per noi. Prima riconoscere la connessione profonda che ci lega a tutto l’ecosistema, alla terra e all’universo interno. Lo scrive anche Papa Francesco all’inizio della sua Enciclica Laudato si’, sulla cura della casa comune:
«San Bonaventura narrava che lui [san Francesco], «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella». Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo
irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio. […] Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (nn. 11-12).
Penso che partire da un approccio più integrale, che tenga conto di tutti questi aspetti profondamente umani, per cui naturalmente ci sentiamo attratti dalla bellezza della natura, possa arrivare davvero a plasmare anche stili di vita diversi che tengano conto della ricchezza di relazioni e di equilibri su cui si fondano le nostre stesse vite, sulla bellezza di reimparare a sentire con il mondo (e l’universo) che abitiamo e ci è stato affidato.
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A cura di suor Maria Cecilia Clio
Suora Carmelitana Scalza del Convento di Piacenza
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