
Nel dibattito sull’evangelizzazione digitale, l’attenzione si concentra frequentemente sui singoli missionari digitali, sui creatori di contenuti religiosi e sugli influencer cattolici. Resta, invece, meno approfondito il ruolo delle équipe delle comunicazioni sociali, realtà con cui la Chiesa può sviluppare una presenza comunicativa condivisa, fondata sulla corresponsabilità, sul discernimento e sull’integrazione tra competenze professionali e servizio pastorale.
È una dimensione che la Parrocchia San Bernardino di Molfetta ha scelto di valorizzare già nell’ottobre 2014, con la costituzione e la regolamentazione di un’Équipe delle Comunicazioni Sociali, ispirandosi agli orientamenti del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa del 2004 (leggi il Documento). Si tratta di un’esperienza che, a dodici anni dalla sua istituzione, continua a contribuire alla vita parrocchiale, nella convinzione che la comunicazione debba essere parte integrante dell’azione evangelizzatrice della comunità.
A riportare l’attenzione sul significato ecclesiale di queste realtà è stato l’incontro “El desafío de hacer pastoral con los equipos de comunicación” (La sfida di fare pastorale con le équipe delle comunicazioni), organizzato dalla Commissione per la Comunicazione Sociale della Conferenza Episcopale dell’Argentina e guidato da suor Silvia Somaré (ECJ), religiosa della Congregazione delle Ancelle del Cuore di Gesù, teologa, comunicatrice sociale, giornalista e scrittrice (nella foto). Il suo intervento ha affrontato l’identità delle équipe, il rapporto tra comunicazione ed evangelizzazione, l’importanza della progettazione pastorale e le responsabilità che derivano dalla presenza della Chiesa negli ambienti digitali.
Il video dell’incontro (in lingua argentina) è disponibile sulla Piattaforma “Fratelli Tutti”.
Dalla chiamata di Gesù all’identità delle équipe delle comunicazioni
Suor Silvia ha introdotto la riflessione partendo dal Vangelo di Marco (Mc 3,14) in cui Gesù costituisce i Dodici perché stiano con Lui e per inviarli a predicare, individuando cinque elementi fondamentali per comprendere anche il servizio delle équipe ecclesiali: comunità, chiamata, discepolato, missione e comunicazione. L’ordine di questi elementi è significativo: prima dell’invio c’è la relazione con Cristo, da cui nasce la disponibilità a condividere la sua missione; l’appartenenza ecclesiale precede, quindi, l’esercizio delle competenze e conferisce all’attività comunicativa una precisa identità spirituale. «Un’équipe di comunicazione è una comunità di discepoli missionari chiamati a comunicare la Buona Notizia e le buone notizie», ha sottolineato suor Silvia, definendo questo servizio un ministero.
La religiosa ha così evidenziato che le équipe non possono essere considerate semplici gruppi operativi incaricati di gestire i social media, realizzare materiali grafici o diffondere informazioni: esse sono vocate a partecipare all’annuncio del Vangelo attraverso i talenti dei componenti, riconoscendo nella comunione con Cristo e con la Chiesa il fondamento della propria attività. Le competenze tecniche e professionali mantengono un ruolo importante, purché siano accompagnate dalla consapevolezza di svolgere un servizio rivolto alle persone e alla loro crescita nella fede.
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Informare, comunicare ed evangelizzare: comprendere le differenze
Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato la distinzione tra informazione, comunicazione ed evangelizzazione, tre dimensioni collegate che non possono essere considerate equivalenti. Suor Silvia ha, infatti, osservato che pubblicare una notizia non significa necessariamente comunicare e che la comunicazione, da sola, non garantisce un’autentica esperienza evangelizzatrice:
▪️informare permette di trasmettere contenuti e rendere note iniziative;
▪️comunicare richiede di stabilire relazioni, prestando attenzione ai linguaggi, alle domande e alle esperienze degli interlocutori;
▪️evangelizzare significa testimoniare e annunciare Gesù Cristo, favorendo un incontro personale con Lui.
Da questa distinzione deriva una precisa responsabilità: la comunicazione ecclesiale deve mantenere al centro Cristo e il suo Vangelo, evitando che la ricerca di visibilità trasformi il comunicatore nel protagonista del messaggio.
Suor Silvia ha richiamato anche il fondamento teologico della comunicazione, riconoscibile nell’Incarnazione del Verbo: Dio stesso ha scelto di comunicarsi all’umanità entrando nella storia e stabilendo una relazione concreta con le persone. La comunicazione appartiene, pertanto, alla natura della Chiesa e alla sua missione, oltrepassando la dimensione puramente informativa o organizzativa.
Fare pastorale dentro l’équipe: spiritualità, formazione e progettazione
Come si esprime concretamente la dimensione pastorale di un’équipe delle comunicazioni? Suor Silvia ha indicato alcune pratiche essenziali:
▪️condividere la vita di fede;
▪️organizzare incontri periodici in presenza e online;
▪️ascoltare la Parola di Dio e il Popolo di Dio;
▪️pregare;
▪️formarsi;
▪️pianificare e verificare insieme le attività.
Questi elementi contribuiscono a sviluppare una comunità di discepoli missionari, in cui le differenti sensibilità e capacità personali trovano spazio all’interno di un percorso condiviso. L’organizzazione del lavoro rimane necessaria, ma deve inserirsi in una visione più ampia, capace di collegare la produzione dei contenuti alle esigenze pastorali della comunità. In questo modo, la comunicazione partecipa alla costruzione delle relazioni ecclesiali e alla crescita di una cultura della testimonianza.
Secondo suor Silvia, l’obiettivo delle équipe deve andare oltre la promozione delle iniziative parrocchiali: il loro contributo si esprime anche nell’aiutare la comunità a sviluppare uno stile comunicativo riconoscibile nella vita quotidiana, attraverso l’accoglienza, il dialogo e la coerenza tra ciò che viene annunciato e ciò che viene vissuto.
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Superare i modelli pastorali fondati sull’improvvisazione
La religiosa ha dedicato particolare attenzione ad alcuni atteggiamenti che rischiano di indebolire l’azione pastorale, individuando quattro modelli da superare.
Il primo è la pastorale dell’evento, paragonata a un fuoco d’artificio: iniziative che producono entusiasmo momentaneo senza costruire percorsi duraturi. Segue la pastorale della boccia per pesci, immagine di una comunità ripiegata su sé stessa, incapace di raggiungere le persone che vivono oltre i suoi confini. Suor Silvia ha poi citato anche la pastorale del «si è sempre fatto così», in cui le consuetudini diventano un ostacolo al rinnovamento, e quella del «facciamo qualcosa», caratterizzata dall’attivismo e dalla mancanza di obiettivi condivisi.
Queste dinamiche possono riflettersi anche sul lavoro delle équipe, quando la comunicazione viene assorbita dalle urgenze del calendario, dalla pubblicazione continua di contenuti o dalla necessità di documentare ogni iniziativa. Per evitare tale rischio, suor Silvia ha sottolineato l’importanza di definire una visione e una missione, attraverso la preghiera, l’analisi della realtà e il discernimento comunitario: prima di elaborare calendari editoriali e proposte digitali, occorre comprendere quali persone si desidera raggiungere, quali bisogni emergono e quale contributo la comunicazione possa offrire al loro cammino di fede.
La domanda decisiva riguarda, quindi, la finalità del servizio: dove si vogliono condurre le persone attraverso la comunicazione ecclesiale? La risposta indicata dalla religiosa rimane l’incontro con Gesù Cristo e la partecipazione alla vita della comunità.
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Le nuove Galilee digitali e la corresponsabilità nella missione
Richiamando alcune riflessioni del cammino sinodale, suor Silvia ha presentato gli ambienti digitali come «nuove Galilee», territori dove la Chiesa è chiamata a riconoscere ulteriori possibilità di annuncio e di incontro. Il digitale costituisce ormai un ambiente culturale in cui le persone trascorrono parte della propria vita, costruiscono relazioni, condividono esperienze e sviluppano la propria identità: la missione ecclesiale deve, quindi, confrontarsi con le caratteristiche di questi spazi, attraverso una presenza fondata sull’ascolto, sul dialogo, sulla pazienza e sulla credibilità della testimonianza.
Un aspetto particolarmente significativo dell’intervento ha riguardato la corresponsabilità di tutti i battezzati: suor Silvia ha ricordato che l’evangelizzazione digitale coinvolge vescovi, sacerdoti, consacrati e laici, ciascuno secondo la propria vocazione e i propri carismi. La religiosa ha evidenziato anche il contributo dei giovani, spesso più familiari con i linguaggi e le dinamiche della cultura digitale, le cui competenze possono favorire nuove modalità di presenza ecclesiale.
In questa prospettiva, le équipe rappresentano un’opportunità per integrare l’esperienza dei missionari digitali nella pastorale delle comunità, promuovendo collaborazione e discernimento. La sinodalità richiede, infatti, di valorizzare le iniziative personali all’interno di una missione condivisa, nella quale le diverse responsabilità concorrano al medesimo annuncio evangelico.
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Discernere i rischi del digitale e riconoscere le fragilità
Accanto alle opportunità offerte dalla rete, suor Silvia ha richiamato l’attenzione sulle dinamiche che possono compromettere la libertà e la dignità delle persone, tra cui manipolazione, disinformazione, dipendenze e forme di sfruttamento delle fragilità personali. La presenza ecclesiale negli ambienti digitali richiede, pertanto, una conoscenza delle situazioni in cui si sviluppano queste difficoltà, per riconoscere chi necessita di ascolto, vicinanza e sostegno.
Particolarmente significativa è stata l’immagine del missionario chiamato a conoscere i luoghi dove si trovano i pericoli per poter raggiungere le persone ferite. Il riferimento richiama la prossimità del buon Samaritano e invita a considerare le sofferenze che emergono anche nelle relazioni online. Suor Silvia ha così sottolineato il valore di una comunicazione capace di costruire fiducia, riconoscere le vulnerabilità e offrire una testimonianza cristiana credibile, attraverso un discernimento sostenuto dall’azione dello Spirito Santo.
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Dalle competenze alla vocazione: il ministero della comunicazione
Nella conclusione, suor Silvia ha sintetizzato l’identità degli operatori ecclesiali attraverso tre espressioni: discepoli missionari, comunicatori e pastori della comunicazione. Quest’ultima definizione richiama uno stile di cura, ascolto e responsabilità verso le persone, senza sovrapporre il servizio dei comunicatori al ministero proprio dei pastori ordinati. La prospettiva ministeriale attribuisce alle competenze professionali una finalità ecclesiale, chiedendo agli operatori di coltivare la propria formazione spirituale e di partecipare consapevolmente alla missione evangelizzatrice della Chiesa.
La sfida indicata da suor Silvia consiste nel passare dalla semplice gestione della comunicazione alla consapevolezza di svolgere un autentico servizio pastorale, in cui la progettazione, il discernimento e la testimonianza siano espressione di una responsabilità condivisa. Per le parrocchie e le diocesi, ciò comporta il riconoscimento delle équipe delle comunicazioni come realtà da integrare stabilmente nella vita ecclesiale, valorizzandone il contributo nell’annuncio del Vangelo e nella costruzione delle relazioni comunitarie.
È una prospettiva che riguarda da vicino anche la Parrocchia San Bernardino, dove l’Équipe delle Comunicazioni Sociali opera dall’ottobre 2014: un’esperienza che continua a confrontarsi con le trasformazioni della cultura digitale e con la necessità di coniugare professionalità, formazione e comunione ecclesiale, affinché la comunicazione possa contribuire concretamente alla missione evangelizzatrice della comunità.
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a cura di Marcello la Forgia
Social Media Manager accreditato Accredia
Responsabile dell’Equipe delle Comunicazioni Sociali della Parrocchia San Bernardino
Missionario digitale
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