
Nel cuore dei giorni dedicati alla Novena di San Salvatore da Horta, la comunità ha vissuto un appuntamento che non è stato soltanto culturale, ma formativo e spirituale: la conferenza “San Salvatore alla scuola di san Francesco”, guidata da fra Nicola Violante, Ministro Provinciale di Puglia e Molise, organizzata dall’Associazione San Salvatore da Horta.Questo appuntamento ha permesso di conoscere meglio San Salvatore, non fermandosi alla cronaca dei prodigi, ma riconoscendo il nucleo evangelico della sua vita. Come ha affermato fra Nicola fin dall’inizio, non si sono proposti “tratti biografici” reperibili ovunque, ma un percorso di lettura spirituale, capace di mettere in parallelo due figure di santità, per cogliere, in San Salvatore, la “scuola” del Poverello di Assisi.
San Salvatore e la santità “nascosta”: quando Dio passa attraverso ciò che è piccolo
Fra Nicola ha collocato San Salvatore dentro una tradizione francescana ricchissima, fatta anche di santi meno noti, ma capaci di una radicalità evangelica limpida. San Salvatore, infatti, non viene presentato come un grande predicatore o un teologo, ma come «un frate umile, un fratello non sacerdote», la cui vita ha attratto «migliaia di persone, non per le sue parole, ma per la sua trasparenza con cui lasciava passare l’azione di Dio».
Questa santità nascosta diventa un messaggio attuale, perché invita a non cercare il clamore, ma la verità: San Salvatore ricorda che la fecondità del Vangelo non coincide con la notorietà, ma con un cuore libero, povero e disponibile.
La pazienza e la semplicità: la croce educa, la scelta di Dio libera
Tra i tratti evidenziati, la pazienza viene legata alla croce, come scuola di realismo e di amore, come evidenziato da Fra Nicola: «la pazienza nasce dalla passione della croce». Dunque, non si tratta di sopportare per rassegnazione, ma di restare saldi quando la vita non segue i propri tempi e quando il bene richiede continuità.
Accanto alla pazienza, la semplicità appare come una scelta spirituale, non come ingenuità. Fra Nicola ha ribadito che «tutta questa semplicità implica una scelta di Dio», perché è Dio che chiama e l’uomo risponde con un’esistenza non complicata e non ripiegata sul possesso. E quando «si riempiono la vita di tante cose, non riescono a vivere anche con leggerezza», perché il superfluo spegne la gioia e rende difficile vedere l’essenziale.
Amore al prossimo e incontro con gli ultimi: la misericordia nasce nel quotidiano
Fra Nicola ha intrecciato la vita di San Salvatore con il Testamento di San Francesco, evidenziandone un passaggio decisivo: l’amore agli ultimi non è teoria, ma incontro. Citando Francesco, ha ricordato l’esperienza dei lebbrosi e la misericordia che ha trasformato l’amarezza in dolcezza, collegando tutto alla vita concreta di San Salvatore, capace di vivere la prossimità nei servizi umili e nel contatto quotidiano con i poveri.
L’amore al prossimo, dunque, nasce e cresce nei gesti ordinari: nel prendersi cura, nell’ascolto, nel farsi carico di un peso reale. In questa prospettiva, l’incontro con gli ultimi non è un “settore” della fede, ma un luogo teologico, perché obbliga a uscire da sé e a lasciare spazio alla misericordia, che resta sempre più faticosa quando coinvolge chi ferisce, chi è scomodo, chi viene messo ai margini. «L’amore universale non è selettivo», ha sottolineato fra Nicola, perché amare chi fa del bene è facile, mentre amare chi fa male o viene escluso chiede un cuore davvero evangelico.
Uomini di preghiera prima che di azione
Un passaggio centrale della conferenza ha riguardato la preghiera, intesa non come accessorio, ma come sorgente. Fra Nicola ha descritto la preghiera di San Salvatore come «semplice, ma intensa», capace di non inseguire lo straordinario, ma di restare in un dialogo continuo con Dio.
Qui emerge un criterio tipicamente francescano: essere «uomini di preghiera prima ancora che uomini di azione», perché l’azione, quando non nasce dall’incontro con Dio, si consuma e si deforma.
«Una preghiera intensa nell’ordinario ritrovava lo straordinario», non per spettacolo, ma per fedeltà.
I prodigi e l’umiltà: non appropriarsi delle opere, riportare tutto a Dio
La conferenza ha affrontato anche il tema dei miracoli, con una sottolineatura che protegge la fede da equivoci: non sono i prodigi il centro, ma l’atteggiamento del Santo. San Salvatore «non si considerava autore di questi prodigi» e ripeteva che «tutto era opera di Dio». Per questo, fra Nicola ha richiamato un’espressione francescana decisiva: non appropriarsi mai delle opere del Signore, vivere “senza nulla di proprio”, restituendo tutto.
In questa luce si comprende anche la sofferenza di San Salvatore quando veniva ridotto a taumaturgo: «soffriva quando la gente lo considerava un taumaturgo» e cercava «sempre di spostare l’attenzione su Dio». La santità, allora, è il riconoscere che «ogni bene viene dal Signore» e che la creatura non è il centro, ma un varco attraverso cui Dio passa.
Obbedienza come ascolto e fiducia che sostiene nelle prove
Non sono mancati riferimenti alle prove attraversate dal Santo, alle incomprensioni, ai sospetti, ai trasferimenti. Ciò che colpisce, però, non è la cronaca, ma il modo con cui San Salvatore ha vissuto questo momenti: «accettò tutto con serenità, in obbedienza alla Chiesa». In questo modo, fra Nicola ha focalizzato l’attenzione sull’obbedienza intesa come ascolto e l’ascolto come fiducia.
Ha, inoltre, insistito su una importante dimensione interiore: la fiducia in Dio come radice di stabilità spirituale. È una serenità che nasce dalla convinzione che anche le difficoltà abbiano un senso sotto lo sguardo di Dio e che proprio questa fiducia possa donare coraggio, evitando che la prova diventi fuga o amarezza.
Cosa apprendere da San Salvatore?
Senza dubbio, un punto di sintesi di questa conferenza è che «la santità nasce nella quotidianità» e che Dio «non cerca persone straordinarie, ma cuori disponibili». Per questo, San Salvatore parla oggi in modo concreto, non ideale.
Possiamo imparare a custodire la semplicità, alleggerendo la vita da ciò che ingombra, perché il superfluo rende ciechi alla gioia. Possiamo imparare a riconoscere il valore degli altri, perché «se abbiamo un cuore umile, riusciremo a fare spazio all’azione di Dio e soprattutto fare spazio agli altri».
Possiamo imparare a cercare gli ultimi, non come gesto eccezionale, ma come stile, sapendo che proprio l’incontro con chi è fragile educa la misericordia. Possiamo imparare a non appropriarci del bene compiuto, a non cercare gloria personale e a riportare tutto a Dio, perché l’opera resta sua. Possiamo imparare, infine, che la preghiera non è fuga dalla realtà, ma incontro che rigenera l’ordinarietà, rendendola abitabile e feconda. È così che San Salvatore, alla scuola di San Francesco, continua a indicare una via di Vangelo possibile, sobria, vera e profondamente comunitaria.






