
«Essere artigiani di comunione» è stato il mandato consegnato al termine del Giubileo dei Missionari Digitali. Ma cosa significa concretamente? La Tavola Rotonda «Missionari digitali», tenutasi nell’Auditorium Conciliazione lunedì 28 luglio, ci permette di dare una risposta a questa domanda, ma, in questa sintesi ci offre la possibilità di ascoltare e meditare con lucidità le sfide, le responsabilità e le prospettive della missione digitale, alla luce del cammino sinodale che la Chiesa universale sta vivendo. Questa Tavola Rotonda è stata promossa dal Gruppo di studio n. 3 del Sinodo ed è stata caratterizzata dagli interventi di Kim Daniels (Direttrice di Initiative on Catholic Social Thought and Public Life nella Georgetown University in Washington D.C.), Sour Nathalie Becquart (Sotto-Segretario della Segreteria Generale del Sinodo), Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la Comunicazione), Mons. Lucio Ruiz (Segretario del Dicastero per la Comunicazione) e Padre Antonio Spadaro (Sotto-Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione).
L’ambiente digitale non è uno strumento, ma una cultura
Kim Daniels, introducendo la Tavola Rotonda, ha affermato che «l’ambiente digitale non è semplicemente una serie di strumenti, ma è una cultura». Questo passaggio, più volte sottolineato anche da Papa Francesco, ribadisce che la comunicazione digitale non può essere ridotta a una mera tecnica o a una strategia di marketing, ma richiede una presenza evangelica che sappia abitare il tessuto relazionale, i linguaggi e le dinamiche di senso proprie del nostro tempo.
Non è più possibile distinguere il mondo reale da quello digitale: «non viviamo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento d’epoca», ha ricordato Daniels, evidenziando come la rivoluzione digitale interpelli direttamente la missione ecclesiale. Ne consegue l’urgenza di una Chiesa che sappia ascoltare e generare nuovi spazi di dialogo e di riconciliazione, luoghi dove chi è ai margini trovi voce, riconoscimento e possibilità di relazione.
La missione digitale è incarnazione della sinodalità
A sviluppare il tema della sinodalità come stile e sostanza della missione digitale è stata Sour Nathalie Becker, che ha parlato di «un nuovo modo di assumere decisioni», sottolineando che «la cultura digitale richiede un’ecclesiologia relazionale». L’ambiente online, se vissuto nello spirito del Vaticano II, può diventare un “laboratorio sinodale” in grado di nutrire relazioni autentiche e incarnare quella Chiesa in ascolto, capace di «scambiare doni» e vivere la «mutualità».
«Possiamo parlare soltanto se abbiamo ascoltato – ha evidenziato suor Natalie -. Tutto parte dall’ascolto delle gioie, dei dolori della gente». Per questo, ha proseguito, la missione digitale non è mai solitaria, ma va vissuta in équipe, in discernimento comunitario, integrando il proprio servizio con le dinamiche locali e le esigenze pastorali del territorio.
Comunicazione e pastorale: un intreccio vitale
Paolo Ruffini ha sottolineato quanto sia necessario uscire dalla tentazione di concepire il digitale come «un altrove», perché «il digitale è dove viviamo». Da qui nasce l’invito a superare la separazione tra comunicazione e pastorale, integrando pienamente la dimensione digitale nella vita delle comunità – catechesi, pastorale giovanile, liturgia, evangelizzazione, ecc. – perché tutto è comunicazione, e ogni comunicazione, se vissuta nella verità, è pastorale.
Ha colpito molto questa sua riflessione: «Noi continuiamo a dire che il digitale non è uno strumento, ma poi ne parliamo sempre come se lo fosse. Invece l’engagement che cerchiamo è con le persone, con noi stessi, con la verità della nostra testimonianza». Infatti, l’annuncio non si gioca su algoritmi, ma nella conversione personale di chi comunica. Questo è il vero contributo che la pastorale mediale può offrire alla Chiesa di oggi: diventare cultura, generando immaginari nuovi, modelli di vita ispirati al Vangelo, anche nel back-end della rete, dove si progettano algoritmi e dinamiche economiche.
Non si può essere cristiani senza portare Cristo anche online
Mons. Lucio Ruiz ha parlato con affetto dell’esperienza di ascolto vissuta in preparazione al Giubileo: «La scoperta più bella è stata vedere che stando nell’era digitale si evangelizza, si dà una mano, non si tratta solo di fare un post, ma di metterci amore». Il digitale è reale, ed è lì che molti giovani – e meno giovani – vivono la loro vita. Non si può ignorare questo spazio: «non si può vivere e stare in un luogo senza portare Gesù». Ma, ha anche aggiunto, «questi evangelizzatori digitali hanno bisogno di essere riconosciuti, formati, accompagnati».
Il Giubileo ha rappresentato proprio questo: una carezza della Chiesa a chi vive la missione digitale con passione e dedizione, spesso nel nascondimento. È questa una presenza da rafforzare, rendere stabile e integrare nella pastorale ordinaria.
La rete è sinodale: un nuovo modo di pensare a agire
Padre Antonio Spadaro ha aperto orizzonti sorprendenti sul rapporto tra sinodalità e comunicazione. Ha ricordato che già nel 2013, quando intervistò Papa Francesco pochi mesi dopo l’elezione, il pontefice aveva messo in evidenza l’importanza della sinodalità, considerata non come semplice struttura di governo, ma come vera e propria esperienza spirituale e comunicativa.
«L’istituzione deve essere animata dallo Spirito, lo Spirito la muove, la rende flessibile, a volte la mette in crisi, e questo è bello». Da qui il collegamento profondo con la rete, che Papa Francesco ha inteso subito nella sua natura autenticamente relazionale. «La rete non è piramidale. È un linguaggio relazionale, interattivo, che ci costringe a un nuovo modo di pensare e agire – ha spiegato -. La rete ci aiuta a essere sinodali, perché essa è sinodale nella sua origine».
Nel suo intervento, padre Spadaro ha anche messo in guardia dai pericoli di un uso passivo e manipolatorio della rete: «C’è un grande fratello che vuole imporre a voi le persone con cui relazionarvi e i contenuti da leggere. Per piacere, uscite dalla bolla, perché la volontà di Dio non è mai codificata». La vera comunicazione ecclesiale, ha ribadito, «non è trasmissione di dati, ma creazione di legami, discernimento comunitario e ricerca del bene comune».
L’evangelizzazione digitale non è una moda: è una vocazione
Il cuore della Tavola Rotonda può essere racchiuso in questa frase finale, che ha unito i contributi di tutti: la missione digitale deve essere radicata nella tradizione della Chiesa, basata sull’incontro genuino e autentico ed essere espressione del nostro essere cattolici nel mondo di oggi. Essere missionari digitali significa vivere la fede nel linguaggio, nelle relazioni e nei contesti del nostro tempo, generando legami, costruendo comunità, custodendo uno sguardo spirituale, aperto al discernimento e alla corresponsabilità.
A cura di Marcello la Forgia
Responsabile Equipe parrocchiale delle Comunicazioni
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