
La precarietà è, senza dubbio, una cifra della società in cui viviamo: precarietà lavorativa, economica, relazionale. Un’esperienza che viviamo da due diverse prospettive: se da un lato se ne conoscono i risvolti negativi, dall’altro si fa sempre più fatica a rinunciare alla sensazione di libertà che ci dà sapere che le nostre scelte non ci vincoleranno per sempre e alla possibilità di iniziare continuamente nuove esperienze, a qualsiasi età.
Così quella che dovrebbe esprimere un’incertezza diventa la nostra sicurezza: se non funziona posso cambiare. E questo ci tranquillizza: potremo sempre tornare indietro. Eppure, è davvero sempre possibile tornare indietro? Davvero pensiamo di poter ricominciare ogni volta da capo come in un videogioco? Nella vita reale non è così: tutto quello che viviamo ci segna indelebilmente, non esistono “prove” nella vita.
Questo non toglie che le relazioni a lungo termine facciano emergere fatiche che sempre più difficilmente siamo preparati ad affrontare e a gestire. Cosa fare dunque?
Penso che il Nuovo Testamento – e la Sacra Scrittura in generale – ci offra degli spunti interessanti in merito. Dalla sua lettura emerge, infatti, come dato la complessità e problematicità delle relazioni che non viene meno neanche nell’esperienza di fede. Lo vediamo nella vita di Gesù, fra gli apostoli, nelle prime comunità cristiane.
A volte, anche nel mondo cristiano, si è sottolineata molto la bellezza della comunione e delle relazioni, mettendo, però, in secondo piano l’aspetto di impegno e di fatica che, nella vita concreta, ci si ritrova fra le mani come una sorpresa inaspettata e poco gradita, come se una relazione vissuta in una prospettiva di fede ci avrebbe, invece, dovuto garantire una realizzazione personale a basso costo. Come se le relazioni potessero offrire una realizzazione di sé che non passi attraverso il lavoro su di sé e sulle proprie ferite. Penso che, tante volte, sia proprio questa prospettiva a trarci in inganno.
Se da un lato è vero che la dimensione dell’amore, dell’amare e dell’essere amati, contengono in sé una promessa di vita, bellezza e felicità che solo corrispondono alla ricerca del nostro cuore, dall’altro imparare a scoprire questo dono nella concretezza delle relazioni quotidiane richiede di entrare in contatto con le ferite, le difese, le chiusure che non ci permettono di goderne.
Le relazioni sono via di felicità se e nella misura in cui accettiamo che vadano a toccare le nostre ferite, indicandoci la via della nostra liberazione da quanto blocca il nostro cuore. E questo è un cammino lungo e mai finito. Eppure l’unico capace davvero di aprire e liberarci in profondità.
La distanza che percepiamo fra il desiderio, la chiamata che abita il nostro cuore e quello che già oggi riusciamo a vivere può essere sì scoraggiante, può suggerire di lasciar perdere, di accontentarsi di meno, di cercare giustificazioni per abbandonare il campo. Ma può anche essere lo spazio in cui “avventurare la nostra vita” (Santa Teresa), accettando la sfida di metterci in gioco fino in fondo, cercando vie sempre nuove, non perché “le relazioni funzionino”, ma perché possano continuare ad essere spazio di cammino, crescita e trasformazione che spalancano la nostra vita.
.
A cura di suor Maria Cecilia Clio
Suora Carmelitana Scalza del Convento di Piacenza
Profilo Facebook: srMCecilia – Carmelitane Scalze Piacenza
Instagram: cecilia_clio_borgoni






