
A volte basta una porta che si chiude un po’ più forte, una frase detta di fretta, uno sguardo che scivola altrove, e in casa si crea quel silenzio strano che non è pace, ma distanza, non perché manchi l’amore, ma perché le parole – che dovrebbero custodirlo – si incastrano, si sovrappongono e feriscono. Da qui nasce la domanda che ha fatto da filo conduttore all’incontro “Mi parli? Mi ascolti? E allora perché non ci capiamo? Gli ostacoli del cuore alla comunicazione efficace”, ospitato nell’auditorium della Parrocchia San Giuseppe e organizzato dall’Ufficio di Pastorale Familiare della nostra Diocesi. È stato un appuntamento rivolto a famiglie di ogni età, pensato per guardare con verità e speranza un punto delicato e quotidiano: il modo in cui comunichiamo con il coniuge (e anche con i figli).
A guidare il percorso sono stati due professionisti, gli psicoterapeuti Maurizio Maltese e Claudia Magliocchetti, marito e moglie (nella foto), capaci di affrontare con competenza e leggerezza quelle “zone d’ombra” che spesso oscurano il dialogo e la “connessione” nelle famiglie di oggi. Non una lezione frontale, né un elenco di regole da applicare, ma un incontro esperienziale, costruito sulla condivisione delle proprie storie e su attività concrete, di coppia e di gruppo, in cui ognuno ha potuto riconoscersi senza sentirsi giudicato.
È stata proprio Claudia Magliocchetti, nell’introduzione, a chiarire il respiro dell’iniziativa e la direzione del lavoro comune: «Vorremmo voi tornaste alle vostre case con un cuore più sollevato, non appesantito dai doveri, dalle indicazioni, da ciò che dobbiamo fare, perché il vero cambiamento avviene sui desideri e sul bello, non perché dobbiamo fare qualcosa per dovere». In quella parola “sollevato” c’era già, per molti, una promessa: non uscire con un peso in più, ma con una possibilità.
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Il laboratorio del dialogo: l’ascolto silenzioso che svela il cuore
Il cuore dell’incontro è stato segnato da una prima attività di condivisione a coppie “doppie”, dove l’obiettivo non era vincere una discussione o dimostrare di avere ragione, ma osservare con sincerità le proprie abitudini comunicative. Si è entrati nel laboratorio del dialogo attraverso un esercizio prezioso e controcorrente: l’ascolto silenzioso. Le domande hanno aiutato a mettere a fuoco fatiche e risorse:
▪️quali difficoltà incontro nel dialogo di coppia e in gruppo?
▪️cosa so fare per facilitare comprensione e dialogo?
▪️cosa fa l’altro che apprezzo e che aiuta? cosa faccio io – e cosa fa l’altro – che ostacola il dialogo?
È stato un passaggio introduttivo delicato, perché quando ci si ascolta davvero, senza interrompere, emergono non solo i problemi, ma anche il bisogno profondo di essere riconosciuti.
Dopo l’attività, il commento dei due psicoterapeuti ha dato consistenza a ciò che molte coppie e molte famiglie vivono, spesso senza riuscire a nominarlo. Tra gli ostacoli ricorrenti sono emersi il pregiudizio, l’interruzione dell’altro, l’accendersi improvviso, l’uso improprio dell’ironia che scivola nel sarcasmo, la critica che diventa giudizio. E insieme, con chiarezza, è stato indicato ciò che “spezza” il dialogo e lo rende un campo di battaglia: interruzioni continue «come se sapessimo già cosa l’altro sta dicendo», criticare, giudicare, sminuire, ridicolizzare, generalizzare, minacciare, interpretare. Purtroppo, si tratta di modalità che aumentano distanza e difesa, lasciando ferite ovunque.
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Una piccola conversione domestica: dall’accusa all’alleanza
L’attività di condivisione ha permesso di introdurre alcune indicazioni operative concrete, che non sono risuonate come una checklist da eseguire, bensì come un invito a un cammino, quasi una piccola “conversione” domestica. La prima pista è stata descritta come un percorso personale e di coppia in cui concedersi il diritto di sbagliare, accogliere il proprio modo di essere e accogliere l’altro, rafforzare l’alleanza per nutrire il piacere di stare insieme. Infatti, se la coppia diventa un tribunale, la casa si raffredda, ma se si trasforma in alleanza, anche i conflitti possono trasformarsi in crescita.
Sono state poi evidenziate alcune frasi-tipo che, dette e ripetute, avvelenano il clima senza che ce ne accorgiamo: il “te l’avevo detto”, il “l’ho fatto solo per te” quando nasce da un dovere che accumula rabbia, il “lascia… faccio io” quando presuppone svalutazione e prepara un rimprovero (“faccio sempre tutto io”). Parole comuni, ma spesso cariche di sottotesti: controllo, risentimento, superiorità, stanchezza non confessata.
E allora, cosa fare? Ecco tre suggerimenti semplici e potentissimi, perché spostano il dialogo dalla presunzione alla chiarezza:
▪️chiedere se l’altro ha capito ciò che ho detto;
▪️condividere sensazioni ed emozioni per facilitare la comprensione;
▪️chiedere all’altro ciò che desidera pienamente.
In queste tre azioni c’è una piccola rivoluzione:
➡️ smettere di interpretare e iniziare a domandare;
➡️ smettere di accusare e iniziare a raccontarsi;
➡️ smettere di pretendere e iniziare a cercare il bene possibile, insieme.
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Comunicazione rappresentativa: il “messaggio IO” che salva la relazione
Nelle conclusioni, un passaggio ha raccolto e sintetizzato l’intero incontro: la proposta di usare la comunicazione rappresentativa. È una modalità che aiuta a parlare senza ferire e a chiedere senza comandare, articolata in tre passi:
▪️usare il messaggio “IO”;
▪️esplicitare l’“indice referenziale”, cioè il contenuto concreto a cui mi riferisco;
▪️formulare un appello, cioè una richiesta o un suggerimento di comportamento alternativo.
È un modo di comunicare che non cancella i problemi, ma cambia la forma con cui li affrontiamo e, spesso, la forma salva la relazione (vedi gli esempi in immagine).
In filigrana, a conclusione di questo incontro, resta un messaggio pastorale essenziale: la comunicazione in famiglia non è solo un tema psicologico, ma anche spirituale, perché il modo in cui ci parliamo costruisce o distrugge comunione. E la comunione, nelle piccole cose, è già Vangelo vissuto.







