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Giubileo dei Missionari Digitali: Ruffini, una rete di persone, non di algoritmi

parrocchia san bernardino molfetta - giubileo missionari digitali influencer cattolici 2025 - intervento Paolo Ruffini Nel cuore del Giubileo dei Missionari Digitali, l’intervento di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, ha segnato uno dei passaggi più intensi del percorso. Non si è trattato di un discorso tecnico né celebrativo, ma di un’appassionata meditazione sul senso ecclesiale della comunicazione. Un intervento profondo, spirituale, talvolta poetico, che ha risvegliato interrogativi e generato visioni. La sua voce, sobria e ferma, ha parlato alla mente e al cuore di chi quotidianamente abita i canali della rete per testimoniare il Vangelo.
Fin dall’inizio, si è percepita la sua gratitudine verso i partecipanti: «Viviamo un tempo difficile di guerra, di ipocrisie, di falsità, ma anche di gioia, di comunione, di bellezza. E ciò che ci ha chiamati e che ci unisce è più forte di ogni lontananza, di ogni male e anche delle cadute». Questa è la consapevolezza ecclesiale che dovrebbe sempre orientare la pastorale mediale: non comunicare per difendersi dal mondo, ma per manifestare la comunione che nasce da Cristo, più forte di ogni divisione.

 

La Chiesa: una rete prima della rete

Uno dei passaggi più emblematici è quello in cui Ruffini afferma: «La Chiesa, se ci pensiamo bene, era una rete prima che la rete fosse il web». Una frase che dice tutto. Il linguaggio del Vangelo ha sempre usato immagini di rete, di tessitura, di connessioni tra persone. La novità del digitale non cancella, ma rilancia questa vocazione ecclesiale. Per questo, l’autentica pastorale mediale non può essere autoreferenziale né concentrata sull’efficienza o sull’estetica: deve essere una comunicazione che custodisce le relazioni.
E qui arriva la sua affermazione più forte e coraggiosa: «Questo è il segreto della Chiesa, una rete di persone e non di algoritmi, tanto meno di chatbot». Il rischio, oggi più che mai, è quello di sostituire i volti con le metriche, la verità con la performance, la fraternità con l’engagement. Ma l’evangelizzazione digitale non è ottimizzazione, è incarnazione. È lo stile di Cristo che “vede” e “chiama”, non quello dell’algoritmo che “calcola” e “targhetizza”.

 

Né idoli né personal brand: il centro è Cristo

Parlando della spiritualità di chi comunica, Ruffini ha toccato un tema spesso rimosso: «Nella Chiesa non c’è grande e non c’è piccolo […] tutti coloro che ne fanno parte hanno, dovrebbero avere, il desiderio di sparire perché rimanga Cristo». Questo è il vero antidoto al protagonismo digitale: farsi piccoli perché appaia Lui. Non cedere al culto dell’immagine, al branding personale, alla gara tra pagine più seguite, ma riscoprire che ogni parola, ogni post, ogni video può – e deve – dire solo una cosa: «Tu solo il Santo».
Qui sta la verità più profonda della pastorale mediale: il contenuto è Cristo, non la propria visibilità. E la forma, per quanto curata, non deve mai contraddire questa sostanza. Per questo, dice Ruffini, «se siamo qui per il Giubileo, certo non è per esibire o glorificare noi stessi, […] ma per fare insieme un esame di coscienza personale e collettivo, sul modo in cui, come Chiesa, testimoniamo il Regno di Dio in questo nostro tempo».

 

parrocchia san bernardino molfetta - giubileo missionari digitali influencer cattolici 2025 - intervento Paolo Ruffini Le domande di Papa Francesco: esame di coscienza digitale

Nel suo intervento, Ruffini ha ripreso tre domande di Papa Francesco che dovrebbero diventare un esame di coscienza permanente per ogni evangelizzatore digitale:

  • «In che modo seminiamo speranza in mezzo a tanta disperazione che ci tocca e ci interpella?»
  • «Come curiamo il virus della divisione che minaccia anche le nostre comunità?»
  • «La nostra comunicazione è accompagnata dalla preghiera o finiamo con il comunicare alla Chiesa adottando le regole del marketing digitale?»

Sono domande esigenti, disarmanti nella loro semplicità. Domande che mettono in discussione non solo i contenuti, ma lo spirito con cui si comunica. Una pastorale mediale matura non separa mai tecnica e spiritualità, creatività e preghiera, strategia e discernimento.

 

Una Chiesa connessa ma non smarrita

Ruffini ha lanciato un appello a non cedere alle derive della comunicazione contemporanea: «I social media stanno diventando la fonte primaria di informazione, di formazione e di relazione, ma […] anche fonte di disinformazione, di sfacimento e isolamento». È un invito a non assecondare la logica dell’istantaneità, del consenso facile, della spettacolarizzazione, ma a offrire alternative. Alternative vere, fondate sulla gioia dell’incontro, sulla verità condivisa, sulla comunione.
E ha aggiunto con forza: «La nostra fede non è individualista e tantomeno consumista, ma comunitaria». Il rischio oggi è trasformare la comunità in pubblico e il pubblico in mercato, dove anche i pastori diventano influencer e le relazioni si riducono a engagement. La pastorale mediale deve allora resistere a questa logica, creando spazi di fraternità autentica, dove non si misura ma si accoglie, non si monetizza ma si ama.

 

Essere rete, ma di cuori

Il finale dell’intervento è stato una sinfonia di immagini potenti: «Siamo qui per cambiare il rapporto tra influencer e followers secondo il paradigma cristiano, quello di Gesù che dice: vieni e seguimi». Ruffini ha tracciato un modello alternativo alla logica dominante: non la performance, ma la sequela; non i fan, ma gli amici; non la quantità, ma la qualità delle relazioni.
Ha detto: «Comunità non è l’affollarsi di reazioni sotto un post», ma «condividere il pane, pregare insieme, ritrovarsi per testimoniare una grandezza che ci trascende». È questa la direzione per ogni missionario digitale: trasformare i like in volti, i post in preghiere, le storie in cammini condivisi.

 

A cura di Marcello la Forgia
Responsabile Equipe parrocchiale delle Comunicazioni

 

Scarica il pdf che contiene gli interventi e le omelie del Giubileo dei Missionari digitali e Influencere Cattolici.

Commenti ( 6 )

  1. Rispondi
    Nino Lanzano says:

    Questo Giubileo ha mostrato che la comunità digitale può diventare luogo di consolazione, di domande profonde, di speranza condivisa. Non tutto si può dire con parole brillanti, ma tutto si può vivere con autenticità.

  2. Rispondi
    Barbara di Dio says:

    Le parole del prefetto Ruffini sono quanto mai attuali: non basta stare online, occorre esserci con lo stile del Vangelo. L’algoritmo cerca visibilità, la missione cerca l’incontro. Questo Giubileo ci ha aiutato a tornare all’essenziale.

  3. Rispondi
    Nico says:

    Ci è chiesto di creare rete, non solo di produrre contenuti. Una rete fatta di persone, volti, storie, domande vere. Questo cambia radicalmente il modo di fare evangelizzazione digitale: da produttori a fratelli.

  4. Rispondi
    Giuseppe says:

    L’articolo sottolinea con forza che la comunicazione cristiana non può essere schiava della logica del click. Dobbiamo tornare ad ascoltare, a rispondere, a prenderci cura. La vera comunicazione è relazione.

  5. Rispondi
    Damato Claudio says:

    Forse dovremmo riflettere di più su ciò che alimentiamo nei nostri profili: stiamo creando una rete che edifica o un flusso che disperde? Le parole di Ruffini ci sfidano a scegliere uno stile.

  6. Rispondi
    Leo says:

    Mi piace molto la visione di una “rete di Dio”: è una rete che non imprigiona ma sostiene, che non strumentalizza ma custodisce. Sarebbe bello portare questa immagine in parrocchia, come simbolo dell’essere connessi nel Vangelo.

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